
Dopo la festa, il silenzio
4 Gennaio 2026
Ingresso gratuito
4 Gennaio 2026L’operazione militare statunitense contro il Venezuela, condotta nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, segna un passaggio di portata storica nella politica estera americana contemporanea. Per la prima volta, un presidente degli Stati Uniti ha giustificato pubblicamente un attacco armato a uno Stato sovrano rivendicando apertamente l’accesso alle sue risorse petrolifere come interesse nazionale, senza più ricorrere alle consuete coperture retoriche della sicurezza globale o dell’intervento umanitario.
L’attacco è scattato alle 2:01 del mattino, ora di Caracas, con un dispiegamento imponente: oltre 150 velivoli tra bombardieri, caccia, aerei per intelligence, sorveglianza e ricognizione, elicotteri e droni, in coordinamento con assetti di Marines, Marina, Aeronautica e Guardia Nazionale Aerea. Sono stati impiegati anche elicotteri MH-47 Chinook del 160° Special Operations Aviation Regiment, la stessa unità coinvolta nell’operazione Neptune Spear contro Osama bin Laden. Gli obiettivi colpiti includono il Palazzo Federale Legislativo, il complesso militare di Fuerte Tiuna, la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda di La Carlota e il Cuartel de la Montaña, sede del mausoleo di Hugo Chávez. La Casa Bianca ha definito l’azione come l’operazione militare più massiccia dalla Seconda guerra mondiale.
La giustificazione formale dell’intervento è stata l’incriminazione di Nicolás Maduro a New York per narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina e reati legati alle armi. Secondo il segretario di Stato Marco Rubio, Maduro sarebbe il capo del cartello dei Los Soles, un’organizzazione criminale che avrebbe “preso possesso di un Paese”. Questa narrazione presenta tuttavia evidenti contraddizioni. Il Venezuela non è un produttore di droga e i flussi che attraversano il Paese sono diretti in larga parte verso l’Europa, non verso gli Stati Uniti. Inoltre, la Russia ha dichiarato che il Venezuela non rappresentava alcuna minaccia per la sicurezza americana — né militare, né umanitaria, né criminale — posizione coerente con le valutazioni di un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite.
Gli obiettivi reali dell’operazione sono stati però esplicitati dallo stesso Trump, con una franchezza che elimina ogni ambiguità. Il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti preleveranno enormi quantità di petrolio venezuelano, una parte delle quali sarà destinata come “rimborso” per i danni causati dall’amministrazione Maduro. Ha inoltre annunciato l’ingresso delle grandi compagnie petrolifere statunitensi, chiamate a investire miliardi di dollari, riparare le infrastrutture e trarre profitto dalle risorse del sottosuolo, beneficio che — secondo la sua narrazione — ricadrebbe sia sulla popolazione venezuelana sia sugli Stati Uniti. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo: 303 miliardi di barili nel 2024, circa il 18% del totale globale. Non a caso, questo “tesoro nero” è stato al centro di contatti politici ed economici: la leader dell’opposizione María Corina Machado ha parlato apertamente di un’opportunità da 1.700 miliardi di dollari, promettendo l’apertura completa del settore petrolifero e del gas a tutte le aziende interessate, dall’estrazione alla raffinazione.
L’operazione non è un episodio isolato, ma l’attuazione coerente di una visione già espressa in passato. Durante il suo primo mandato, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero dovuto “tenersi” il petrolio siriano come compensazione per la presenza militare, avanzando argomentazioni analoghe anche per Iraq e Libia. “Absolute Resolve” rappresenta la traduzione pratica di questa logica neo-coloniale e rilancia in forma aggiornata la Dottrina Monroe del 1823, riaffermando l’idea delle Americhe come spazio di esclusiva influenza statunitense, anche in funzione del contenimento di Cina e Russia in America Latina. In questo quadro va ricordato che nel 2007 Hugo Chávez completò la nazionalizzazione del settore petrolifero, costringendo compagnie come ExxonMobil e ConocoPhillips a ritirarsi dal Paese.
Le reazioni della comunità internazionale sono state durissime. La Russia ha definito l’operazione priva di qualsiasi base sostanziale, l’Iran ha parlato di una flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale, Cuba ha denunciato un “attacco criminale”. Anche il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto una de-escalation, richiamando il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
Sul piano interno, Nicolás Maduro è detenuto a bordo della nave Iwo Jima ed è in trasferimento verso New York, dove potrebbe comparire in tribunale già nei prossimi giorni. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha assunto la presidenza ad interim, chiedendo prove di vita di Maduro e della moglie. Trump, dal canto suo, ha dichiarato che “saremo noi a gestire il Paese”, sostenendo che Rodríguez sarebbe disponibile a collaborare con gli Stati Uniti.
Nel suo insieme, l’operazione “Absolute Resolve” segna un passaggio epocale. La violazione della sovranità di uno Stato viene rivendicata apertamente come interesse nazionale, senza più il velo retorico della democrazia esportata o delle armi di distruzione di massa. Non siamo di fronte a un’operazione antidroga né a un intervento umanitario, ma a ciò che il Venezuela ha definito un tentativo di guerra coloniale e di cambio di regime, finalizzato all’appropriazione delle sue risorse strategiche, a partire dal petrolio. È la versione contemporanea dell’imperialismo delle risorse: una guerra preventiva non per una minaccia inesistente, ma per un bottino reale e dichiarato, il ritorno senza infingimenti a una geopolitica ottocentesca del saccheggio, questa volta rivendicata apertamente sotto la bandiera di “America First”.




