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3 Marzo 2026Scaffale «Oltre il baratro», il libro di Achille Occhetto per Passigli. «Oggi – scrive – siamo al di là delle ragioni che nel 900 hanno distinto riformisti e rivoluzionari»
Giusto oggi 3 marzo, giorno in cui Achille Occhetto giunge alla soglia dei novant’anni, appare, dieci anni dopo i suoi Pensieri di un ottuagenario (Sellerio, 2016), un libro – Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, pp. 205, euro 18,50, Passigli – che si sottrae alla dilagante sottocultura «dell’eterno presente», ma che dal presente trae spunti per superare delusioni e fraintendimenti. «Oggi siamo – scrive l’inquieto autore – del tutto al di là delle motivazioni pratiche e teoriche che hanno, nel Novecento, caratterizzato la distinzione tra riformisti e rivoluzionari».
LA RIVOLUZIONE cui attendere non deve più essere violenta e barricadiera come quella predicata da ampi settori del bellicoso massimalismo. Oggi deve ambire a essere anzitutto una «rivoluzione culturale», in un’accezione scientifica. E combattivamente avversa ad un’insidiosa e multiforme rivoluzione tecnologica in mano a oligarchie elettive tese ad annullare o mutilare libertà conquistate a caro prezzo. Per questo è più che mai il momento per un vero «nuovo inizio» di tutti i soggetti e movimenti riformatori in Europa e a scala globale disposti a lottare contro imperversanti populismi e ingannevoli sovranismi.
Il «riformismo forte» che auspicò con fervore si è trasformato ma non ha perso le ragioni di fondo. Il novantenne è ancora mosso da considerazioni che affida a chi dovrà lavorare a questa inedita prospettiva con impeto cognitivo e animo ribelle: «l’utopia reazionaria di una forma di società che vive in aeternum sarà, probabilmente, spazzata via non da un’ideologia alternativa ma dalla necessità degli umani di darsi assetti di convivenza sociale che si configureranno come ‘società altre’». Se non saranno finalizzate al socialismo si troverà altro nome. Claus Offe già nel 1984 motivò la sostituzione di democratic socialism con eco-socialism.
LA STORIA NON È FINITA, si è infranto il sogno del trionfo definitivo e universale del modello liberaldemocratico.
Imperversano guerre che esigono una nuova declinazione di un riformismo rivoluzionario. Par di riascoltare categorie («alterità», «convivenza», «necessità» etc.) che risuonarono con una discreta dose di fiducioso profetismo dopo l’incompreso ’89. Dal suo esilio di Manciano, nell’aspra Maremma toscana, Occhetto serba lo sguardo di un leader appassionato e, congedandosi, ammonisce un giovane con uno dei suoi amati ossimori, questo di stampo weberiano: «Continua a coltivare con passione le tue aspirazioni a un futuro migliore, la tua utopia del possibile, perché non è mai vero che non c’è alternativa».
QUANDO NEL 1994 pubblicò un’intervista che evocava confronti e delusioni post-Bolognina scelse a epigrafe delle sue note di viaggio una frase di Søren Kierkegaard: «La vita va capita all’indietro, ma vissuta in avanti». Torna in mente e si attaglia perfettamente anche a questo libro, che offre gocce di saggezza in fogli sparsi: «A chi mi chiede qual è la differenza tra destra e sinistra gli rispondo: mettiti davanti l’orizzonte in cui si profilano i bivi fra competizione selvaggia e cooperazione, fra nazionalismo e mondialismo, fra razzismo e accoglienza, fra darwinismo sociale e solidarietà, fra distruzione e difesa dell’ambiente, fra arbitrio contrabbandato per libertà e protezione della salute, fra un nuovo modello di sviluppo, un nuovo modello di produrre e consumare e non la ricostruzione dei vecchi stili di vita». Una tensione etica e volontaristica scorre in pensieri che esprimono il senso politico delle lotte da intraprendere.
Per aver successo e conquistare consensi effettivi è indispensabile, però, immaginare una «morfologia complessiva» della società verso cui vogliamo andare.
LA GLOBALIZZAZIONE non ha avuto la capacità di omogeneizzazione a senso unico da molti prevista. Il panorama internazionale è devastato e frantumato. Per questo il primo compito è non rinunciare, malgrado le difficoltà, a costruire un’ Europa unita come potenza gentile e agire in una logica di mondializzazione. «Le giovani generazioni – scrive Occhetto – ci hanno gridato, inascoltate, che alla globalizzazione neoliberista occorreva contrapporre la globalizzazione del controllo democratico, del rispetto della natura, della redistribuzione della ricchezza e della solidarietà». Tradite le regole di base del diritto internazionale, si assiste al formarsi di nuovi imperialismi.
Il pacifismo deve concretizzarsi rimettendo all’ordine del giorno l’agenda di un graduale disarmo bilanciato e controllato. Con la propensione alla citazione fulminante e paradossale tipica del suo discorso Occhetto tira fuori a chiusa Blaise Pascal: «Non potendo fare in modo che ciò che è giusto fare sia forte, abbiamo fatto in modo che ciò che è forte sia giusto». Cioè sembri giusto, inevitabile, incontrastabile. Il «principio speranza» non è da archiviare.





