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25 Settembre 2026Matrimoni vip in Val d’Orcia: la vetrina non è una politica per il territorio
Tra due viaggi a Siena, il senatore e sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli ha celebrato le nozze di Dove Cameron e Damiano David, spiegando che quella scelta dimostra come i luoghi siano stati gestiti nel segno dell’accoglienza e della bellezza. Il giornale ha tradotto: “Lavorato bene per il territorio”. Intanto la stampa locale intona l’elogio dell’economia dei matrimoni in Val d’Orcia: resort, agriturismi affittati per settimane, lo status symbol che fu di Capri e della Costa Smeralda, il tutto senza alterare la vita quotidiana delle comunità.
Il ragionamento va dall’effetto a una causa che l’effetto non contiene. La bellezza della Val d’Orcia non nasce da una giunta, né da una legislatura, né da uno o due mandati amministrativi. È il deposito di secoli di lavoro agricolo, della mezzadria che ha disegnato poderi e filari, di famiglie che hanno fatto del Brunello un nome mondiale partendo dalla povertà, di vincoli che hanno impedito di consumare ciò che oggi si vende come intatto. Un matrimonio da copertina non aggiunge nulla: mette in vetrina. Rivendicarlo come prova di buon governo significa scambiare la rendita per il merito.
Si dice che il wedding crei valore e occupazione. Nessuno fornisce un numero, e nessuno si chiede per chi. Lo ha ammesso lo stesso sindaco: il matrimonio va di pari passo con le strutture ricettive, dove si svolge la parte più ludica degli eventi. Il valore scorre lì, nel circuito dell’ospitalità di lusso. Quanto torni alla comunità, in stipendi stabili e non stagionali, resta un mistero.
Quanto alla vita quotidiana che non verrebbe alterata, il paragone con le nozze di Bezos a Venezia fissa un’asticella comodissima. Il singolo evento passa; resta la struttura che lo rende possibile. Casali trasformati in location, case che passano alla vendita per seconde residenze o all’affitto a notte, mentre chi vorrebbe viverci e lavorarci è costretto a trasferirsi nei comuni grossetani più vicini. Centri storici dove le abitazioni diventano enoteche e camere, popolazioni che calano senza clamore. La vita quotidiana non viene disturbata per un giorno: viene spostata altrove, per sempre.
L’immagine più rivelatrice la offre proprio chi celebra: coppie giapponesi o americane che all’alba si fanno fotografare in abito da sposa davanti ai cipressi di San Quirico, dopo essersi sposate a migliaia di chilometri. “Ma che importa”, si conclude. Importa, invece. L’Unesco ha riconosciuto un paesaggio agrario costruito dal lavoro; qui diventa un fondale che non ha più bisogno nemmeno dell’evento, basta la fotografia.
Lavorare per il territorio vorrebbe dire occuparsi di ciò che non finisce sui giornali: case a prezzi sostenibili per l’insegnante, l’infermiera, il giovane di cantina; servizi aperti nelle frazioni; centri restituiti alla vita quotidiana; una parte della ricchezza del vino e del turismo che torni alla comunità. Lavoro lento, conflittuale, senza immagini. Quando invece la soddisfazione per la vetrina diventa il metro dell’azione pubblica, il sindaco smette di amministrare una comunità e diventa il custode di un marchio. Un paese è governato bene quando ci si continua a nascere, lavorare e invecchiare, non quando diventa lo sfondo perfetto per la festa di qualcun altro.





