
La Groenlandia alza la voce: piazze piene contro le pressioni di Washington
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Il Medio Oriente attraversa una fase di assestamento instabile, segnata da rapporti di forza che cambiano rapidamente e da accordi nati più dalla necessità che da una reale convergenza politica. In Siria, dopo una mossa muscolare che ha ridisegnato i rapporti sul terreno, Ahmad el-Chareh ha imposto un’intesa ai gruppi curdi. Non si tratta di una riconciliazione strategica, ma di un compromesso asimmetrico: i curdi accettano per evitare lo scontro diretto, mentre il potere centrale consolida il controllo senza affrontare le questioni politiche di fondo. È un accordo che congela il conflitto più che risolverlo, destinato a restare fragile.
Questo schema – forza prima, politica dopo – si ritrova anche su scala regionale. Le divergenze tra Stati Uniti e Israele diventano sempre più evidenti su più dossier: Libano, Siria, Gaza e soprattutto Iran. Washington appare orientata a contenere l’escalation, privilegiando una gestione del rischio e canali diplomatici indiretti; Tel-Aviv, al contrario, mantiene una postura più aggressiva, convinta che solo la pressione costante possa modificare gli equilibri regionali. Questa distanza strategica non è una rottura, ma indebolisce la coerenza dell’asse occidentale.
Il caso libanese è emblematico. Il futuro di Hezbollah è al centro di un dibattito sempre più esplicito: la leadership è chiamata a dimostrare se esiste una reale capacità di riportare il movimento dentro una logica statale e negoziale. L’ipotesi del disarmo, evocata da più parti, resta politicamente esplosiva. Le esperienze internazionali mostrano che processi simili funzionano solo quando sono accompagnati da garanzie politiche, inclusione istituzionale e un contesto regionale meno incendiario. In assenza di queste condizioni, il rischio è quello di una paralisi prolungata o di nuove tensioni interne.
Sul fronte iraniano, la questione resta aperta e ambigua. Iran è sotto pressione per la repressione interna e per il confronto indiretto con Israele, ma non è chiaro se l’obiettivo reale di Tel-Aviv sia un cambio di regime o piuttosto un indebolimento strutturale e duraturo. La prima opzione comporterebbe rischi enormi e imprevedibili; la seconda punta a logorare il sistema senza farlo collassare, mantenendo il conflitto sotto una soglia controllabile.
In questo quadro teso, il Libano vive una contraddizione quotidiana: mentre la politica resta bloccata e l’economia fragile, la società cerca spazi di normalità. Dal turismo montano alla vita culturale di Beirut, emergono segnali di resilienza che però non possono compensare l’assenza di una prospettiva politica stabile. Sono pause, non inversioni di tendenza.
Nel complesso, la regione sembra muoversi verso una stabilizzazione apparente, fondata su equilibri precari e accordi imposti. È una calma che non nasce da soluzioni condivise, ma dal reciproco timore di un’escalation totale. Proprio per questo, resta una calma reversibile: basta uno shock – politico, militare o sociale – per rimettere tutto in discussione.



