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C’è qualcosa di antico e di inquietante nel gesto umano di alzare gli occhi al cielo mentre il mondo brucia. Artemis II è partita. Per la prima volta dopo mezzo secolo, una navicella con equipaggio ha circumnavigato la Luna, e la CNN ne ha fatto — giustamente — una notizia storica. Quattro astronauti, una traiettoria che sembrava perduta nei cassetti della memoria collettiva, e di nuovo quel senso vertiginoso che qualcosa di grande stia accadendo lassù, mentre quaggiù tutto si complica fino all’inverosimile.
Trump si è congratulato con l’equipaggio sui social. «Stiamo vincendo: nello spazio, sulla Terra e in tutto ciò che sta in mezzo». Una frase che dice molto, forse più di quanto volesse. Perché “vincere” è la parola che non abbandona mai questo presidente, anche quando il quadro è tutt’altro che nitido. Nello spazio, certo: la missione è riuscita, e gli americani possono rivendicarla. Ma sulla Terra?
Sulla Terra, in queste stesse ore, Trump chiede pazienza a un pubblico stanco di una guerra — quella contro l’Iran — che «sta per finire». Gli obiettivi bellici sono «quasi raggiunti», dice, ma non offre tempistiche precise, mentre promette di colpire Teheran «con estrema durezza» nelle prossime due settimane. Il capo della NATO vola a Washington per colloqui urgenti. Starmer invoca legami più stretti tra Londra e Bruxelles, nel timore che Trump abbandoni l’Alleanza. Nel frattempo, la minaccia di bloccare le forniture di armi all’Ucraina — a meno che gli europei non aderiscano alla coalizione di Hormuz — rivela la logica transattiva con cui questa amministrazione maneggia la sicurezza collettiva come fosse una partita commerciale.
La Luna, dicevamo. Ma la Luna, in questo momento, è anche un campo di gara. Il New York Times ricorda che la Cina punta al satellite naturale della Terra con determinazione crescente, e che la NASA osserva con sospetto. La corsa allo spazio non è mai stata davvero spenta: si è solo spostata, si è mescolata con la geopolitica, con i minerali del suolo lunare, con i diritti di orbita. Anche lassù, insomma, si gioca una partita che ha poco di poetico e molto di strategico.
Intanto, nel Mediterraneo, almeno diciannove migranti sono morti al largo di Lampedusa. Una notizia che arriva e passa, come sempre, con la velocità delle breaking news e il peso specifico di un macigno che nessuno vuole sollevare davvero. Nel sud del Libano, gli ultimi cristiani rimasti sono intrappolati tra Israele e Hezbollah. A Dubai — dopo un mese di guerra — si coltiva la normalità a tutti i costi, come se l’urgenza della vita quotidiana fosse l’unica resistenza possibile al caos. L’Iran e Hezbollah lanciano attacchi mentre gli israeliani celebrano il Seder di Pesach, e milioni di persone corrono ai rifugi.
In Iraq, il rapimento di una giornalista straniera da parte di una milizia legata all’Iran mette a nudo la fragilità del governo di Baghdad. Vance — il vicepresidente americano sempre più proiettato verso un ruolo da mediatore — avrebbe avuto contatti con intermediari pakistani proprio martedì scorso, nel tentativo di trovare uno spiraglio diplomatico. Il presidente iraniano, dal canto suo, invita gli americani a «guardare oltre la nebbia della propaganda bellica» e a respingere quella che definisce una «minaccia inventata». Il vocabolario della guerra è, come sempre, anche un vocabolario della percezione.
In Germania, il cancelliere Merz incassa critiche per un commento sui rifugiati siriani che ha irritato una parte consistente dell’opinione pubblica. A Caracas, Washington revoca le sanzioni contro Delcy Rodríguez, in quello che appare un segnale di distensione verso il Venezuela bolivariano — un movimento tattico, in un momento in cui le pedine si spostano su più scacchieri contemporaneamente.
Alzare gli occhi al cielo, dunque. Guardare la Luna, celebrare il coraggio di quattro astronauti che hanno ripercorso una traiettoria mitica. È giusto farlo. Ma c’è qualcosa di stonato nell’entusiasmo spaziale che si sovrappone, senza riconoscerlo, al rumore sordo di un mondo che si sta riorganizzando intorno a fratture sempre più profonde: tra Occidente e asse eurasiatico, tra chi può fuggire e chi muore in mare, tra chi abita città normali e chi non ha più un rifugio dove dormire.
Artemide, nella mitologia, era la dea della caccia e della Luna. Anche della protezione dei deboli, si diceva. Chissà se qualcuno, al momento del lancio, ci ha pensato.





