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7 Novembre 2026Midterm 2026, la sconfitta di Trump nasce dalla guerra con l’Iran e dal prezzo della benzina
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno ridisegnato il potere a Washington in una sola notte. I democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, rovesciando una situazione che alla vigilia vedeva i repubblicani in vantaggio, seppure di misura, in entrambe le assemblee. Al Senato il conteggio parziale attribuisce ai democratici almeno 54 seggi, con l’Alaska ancora in bilico, e alla Camera si profila la maggioranza più ampia dal 2008. Non è soltanto il consueto voto punitivo che colpisce il partito del presidente a metà mandato: i democratici hanno sfondato in territori considerati inespugnabili, fino al Texas, dove James Talarico ha strappato il seggio senatoriale, mentre in Mississippi la sfida è rimasta aperta fino all’ultima scheda.
Il dato più interessante non è però la dimensione della vittoria, ma il modo in cui il campo repubblicano la sta leggendo. Il vicepresidente JD Vance ha indicato nella guerra con l’Iran la causa principale della disfatta, sostenendo che molti elettori che avevano votato Trump nel 2024 si sono allontanati proprio per il conflitto. Lo stesso presidente, dopo aver promesso che avrebbe accettato il risultato ma non la colpa, ha finito per ammettere che la lettura di Vance è in gran parte vera: la guerra e l’aumento del prezzo del carburante che ne è seguito hanno pesato sul voto. Nello stesso tempo ha rivendicato la scelta militare come necessaria per impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare, dichiarando che la rifarebbe. Anche Donald Trump Jr. ha puntato il dito sul conflitto, accusandolo di aver oscurato quelli che considera i risultati dell’amministrazione.
Qui sta il nodo politico. Il movimento che aveva fatto della fine delle guerre lontane una delle sue bandiere si scopre punito dal proprio elettorato per aver aperto un nuovo fronte in Medio Oriente. L’America profonda, quella che misura la politica estera sul pieno di benzina e sul carrello della spesa, ha fatto sentire il proprio giudizio senza mediazioni. Dentro la Casa Bianca prevale il rifiuto di attribuire responsabilità al presidente, mentre fuori dalle sue mura le recriminazioni sono cominciate già all’alba del giorno dopo: segno di un partito che inizia a interrogarsi sul dopo.
I democratici leggono il risultato come un mandato. Chuck Schumer, destinato a guidare la maggioranza al Senato, ha parlato di una trasformazione generazionale della mappa elettorale, e Hakeem Jeffries di una domanda di cambiamento profondo. Il leader repubblicano John Thune ha già promesso che il suo partito non resterà a guardare mentre la nuova maggioranza tenterà di smontare quanto fatto finora. Da gennaio i democratici avranno le commissioni parlamentari, e con esse il potere di indagine sull’amministrazione. Si apre così una stagione di governo diviso, in cui ogni provvedimento dovrà passare per una trattativa e ogni scelta presidenziale sarà sottoposta a controllo.
Resta un’ombra sulla conclusione del voto. In Alaska l’amministrazione ha presentato un ricorso per bloccare la certificazione del risultato nel caso di sconfitta del senatore uscente Dan Sullivan, appellandosi alla presenza di un secondo candidato con lo stesso nome. È un dettaglio, ma racconta il clima di un Paese in cui anche la conta dei voti è diventata terreno di scontro. Per l’Europa, e per l’Italia, la lezione è che la politica estera americana dei prossimi due anni sarà meno libera di muoversi da sola: il Congresso tornerà a pesare, e con esso l’umore di un elettorato stanco di pagare il costo delle guerre.





