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19 Ottobre 2026Milano, la rivolta dei ragazzini contro il carovita: la risposta non può essere solo l’ordine pubblico
Due giorni di guerriglia nel cuore di Milano sono un fatto che chiede di essere capito prima ancora che represso. Sabato 17 ottobre il Movimento Italia in Piazza aveva portato in strada circa cinquemila persone contro il carovita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. All’altezza di via Broletto il corteo è stato travolto da almeno duemila giovanissimi a volto coperto: lanci di oggetti, barricate, fuochi, assalti alle forze dell’ordine. Domenica la scena si è ripetuta tra piazza Duomo, via Torino e corso Vittorio Emanuele. Vetrine sfondate, dehors distrutti, un supermercato saccheggiato, i fedeli in Duomo fatti uscire dagli ingressi laterali per sfuggire ai lacrimogeni. Alla fine oltre duecento ragazzi sono stati portati in questura, e otto su dieci sono minorenni. Sedici gli arresti, più di cento gli agenti feriti.
Il dato che colpisce non è la violenza in sé, che le città conoscono da sempre, ma la sua forma. Nessuna organizzazione, nessuna sigla, nessuna piattaforma: gruppi che si convocano sui social, si muovono a piccoli nuclei, colpiscono da un lato della piazza mentre l’attenzione è sull’altro, poi si disperdono. Una tattica imparata guardando, più che studiata. Il sindaco Sala ha ammesso che la città non era preparata e ha detto di temere che queste siano soltanto le prime prove. È la frase più onesta ascoltata in queste ore.
La politica ha reagito con il riflesso che conosciamo. La presidente del Consiglio ha convocato per oggi un vertice sull’ordine pubblico e si parla di un decreto sul modello Caivano. La Lega chiede il fermo preventivo anche per i minorenni, Forza Italia nuove assunzioni nelle forze di sicurezza, Salvini rilancia la cauzione per chi organizza manifestazioni e limiti alla cittadinanza per chi commette reati gravi. Misure che possono avere una loro ragione nell’immediato, perché chi devasta una città va fermato e chi ha subito danni va risarcito. Ma una stretta penale non spiega perché migliaia di quindicenni abbiano scelto di riversarsi in piazza proprio dietro un corteo sul costo della vita.
Qui sta il nodo. Il carovita non è uno slogan, è l’esperienza quotidiana di famiglie che non arrivano alla fine del mese, di periferie dove la scuola è l’unico presidio e spesso non basta, di ragazzi che vedono il centro come una vetrina a cui non appartengono. Il saccheggio è anche questo: prendersi con la forza ciò che è esposto e negato. Non lo giustifica, lo rende leggibile. La stessa scena, del resto, si è vista in Francia, dove Macron ha annunciato che i prefetti potranno vietare determinate manifestazioni. È un malessere europeo, non milanese.
Chi ha governato una città sa che l’ordine pubblico è l’ultimo anello di una catena che comincia molto prima: nei servizi, negli spazi, nel lavoro educativo, nella possibilità di sentirsi parte di qualcosa. Se il vertice di oggi produrrà soltanto nuove pene, avremo spostato il problema di qualche mese. Se invece qualcuno avrà il coraggio di chiedersi che cosa offriamo a una generazione che si riconosce solo nel branco, forse queste due giornate avranno insegnato qualcosa.





