Dentro una stanza: come nasce (e si incrina) una rivoluzione
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Minneapolis sta vivendo giorni che somigliano sempre meno a una normale fase di conflitto politico e sempre più a una prova di forza. La decisione dell’amministrazione Trump di concentrare migliaia di agenti federali per l’immigrazione nella regione ha trasformato una città storicamente progressista in un laboratorio di repressione e resistenza. Non si tratta solo di una questione di politiche migratorie, ma di un messaggio politico diretto: colpire un luogo simbolico, metterne alla prova la tenuta civile, forzare la convivenza tra potere federale e comunità locali.
La reazione della città è cresciuta giorno dopo giorno, fino a trovare una forma compatta il 23 gennaio, quando è stato proclamato uno sciopero generale. Negozi chiusi, musei serrati, uffici vuoti. Migliaia di persone sono scese in strada nonostante il freddo estremo, occupando il centro cittadino e rendendo visibile una protesta che da giorni attraversava quartieri, chiese, associazioni. Un gruppo di religiosi ha scelto la disobbedienza civile all’interno dell’aeroporto internazionale, trasformando uno snodo globale in uno spazio di testimonianza e arresto. La città, per un giorno, si è fermata per dire che quella presenza armata non era accettabile.
All’alba del giorno successivo, però, il conflitto ha cambiato definitivamente tono. Un uomo di trentasette anni, infermiere in un reparto di terapia intensiva di un ospedale per veterani, è stato ucciso durante un intervento di agenti federali. Era il terzo civile colpito nel giro di poche settimane, il secondo a perdere la vita. Le immagini, riprese da lontano e diffuse quasi in tempo reale sui social, mostrano una violenza rapida, impersonale, schiacciante. In sottofondo, una voce rompe il silenzio: “Non di nuovo”. È un’esclamazione che non esprime solo shock, ma stanchezza, memoria, consapevolezza di una ripetizione che la città conosce fin troppo bene.
A Minneapolis le immagini di una morte pubblica non sono mai solo immagini. Attivano una memoria recente, ancora scoperta, e riaprono una ferita che riguarda il rapporto tra forza armata e cittadinanza, tra potere e corpo. La presenza massiccia di agenti federali non viene percepita come una misura di sicurezza, ma come un atto politico deliberato, una dimostrazione di forza rivolta più alla città che alle persone formalmente coinvolte nei controlli.
Dopo l’uccisione dell’infermiere, qualcosa si è ulteriormente incrinato. La paura si è mescolata alla determinazione. Accanto alle manifestazioni sono nate reti informali di protezione: vicini che si organizzano, avvocati che offrono assistenza, fondi comuni per le famiglie colpite, presìdi spontanei durante le operazioni federali. I leader civici e religiosi parlano apertamente di responsabilità morale, di dovere di non voltarsi dall’altra parte. Non c’è un’unica strategia, né un’unica voce, ma un sentimento condiviso: nessuno deve essere lasciato solo.
Quello che si sta giocando a Minneapolis va oltre i confini della città. È lo scontro tra un potere centrale che utilizza l’apparato di sicurezza come strumento politico e una comunità urbana che tenta di difendere la propria idea di giustizia, di convivenza, di autonomia morale. Qui la politica nazionale smette di essere astratta e diventa concreta, visibile, corporea: in una piazza ghiacciata, in un posto di blocco, in un video registrato con un telefono. Ed è proprio per questo che ciò che accade oggi a Minneapolis non riguarda solo Minneapolis, ma prefigura un modello, un avvertimento, una possibilità destinata a ripresentarsi altrove.


