
Un mondo che stringe: controllo, paura e nuove linee di comando
27 Gennaio 2026Studenti senza casa, Siena senza visione: serve un patto tra Monte, Comune e Università
28 Gennaio 2026Minnesota come epicentro: repressione interna, tensioni globali e il ritorno della geopolitica del petrolio
Il Minnesota, negli ultimi giorni, è diventato il punto di condensazione di una crisi più ampia che intreccia sicurezza interna, politiche migratorie e strategie globali. Le retate dell’ICE proseguono senza sosta, mentre un rapporto preliminare del Dipartimento della Sicurezza Interna chiarisce che due agenti federali hanno aperto il fuoco durante l’incontro con Alex Pretti. È un dettaglio che pesa, perché arriva mentre l’amministrazione Trump prova a smorzare la portata dello scontro: il presidente ha espresso cordoglio per le sparatorie mortali nello Stato, ma ha anche insistito che un possibile ridimensionamento dell’invio di agenti federali non rappresenterebbe un passo indietro nella linea dura sull’immigrazione. Una narrazione ambigua, che cerca di tenere insieme fermezza e rassicurazione.
Sul piano simbolico, però, l’immagine che domina è un’altra: quella di un bambino di cinque anni detenuto in un centro alla periferia di Minneapolis, la cui espulsione è stata temporaneamente bloccata da un giudice. Il volto di quel bambino è diventato l’icona della repressione migratoria, capace di incrinare il racconto securitario e di riportare al centro la dimensione umana della crisi. A questo si è aggiunto l’attacco contro la deputata Ilhan Omar durante un’assemblea pubblica: un uomo si è avvicinato spruzzandole addosso un liquido prima di essere allontanato dalla sicurezza. Un gesto che, al di là delle conseguenze fisiche, segnala un clima di tensione politica sempre più carico e volatile.
Mentre gli Stati Uniti faticano a tenere insieme ordine interno e consenso, lo sguardo si sposta rapidamente verso l’esterno, dove il dossier energetico torna a essere uno snodo centrale della geopolitica. Da Washington arrivano segnali contraddittori sul Venezuela: da un lato l’intelligence solleva dubbi sulla reale cooperazione della leadership di Caracas; dall’altro, fonti indicano che gli Stati Uniti sarebbero pronti a concedere una licenza generale per alleggerire alcune sanzioni sull’industria petrolifera. La vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez parla apertamente di 1,4 miliardi di dollari di investimenti nel settore entro il 2026, segno che il Paese si prepara a rientrare, almeno parzialmente, nel gioco energetico globale.
Anche in America Latina il petrolio è terreno di scontro politico. Il Messico rivendica come “sovrana” la decisione di annullare una spedizione di greggio a Cuba, respingendo l’idea che si tratti di una concessione alle pressioni statunitensi. Pechino, dal canto suo, promette sostegno e assistenza all’isola caraibica di fronte a quelle che definisce minacce di Washington. È una mossa che rafforza la proiezione cinese nel continente e segnala come la competizione tra grandi potenze passi sempre più attraverso alleanze energetiche e simboliche.
La Cina è al centro anche delle dinamiche europee. Il premier britannico Keir Starmer vola a Pechino con una delegazione di leader aziendali ribadendo che “la Cina conta”. La visita è carica di ambiguità: da una parte la necessità di non compromettere relazioni commerciali cruciali, dall’altra il rischio di apparire una potenza in declino, incapace di far valere una linea autonoma su diritti umani e sicurezza. A rendere il quadro ancora più complesso, arriva la notizia che Pechino avrebbe dato il via libera all’importazione del primo lotto di chip AI H200 di Nvidia, un segnale di allentamento selettivo nelle restrizioni tecnologiche e di un pragmatismo che convive con la competizione strategica.
Sul fronte dei conflitti armati, i numeri parlano da soli. Secondo uno studio recente, le vittime della guerra in Ucraina – tra morti, feriti e dispersi – si avvicinano ai due milioni, una soglia che restituisce la scala di una tragedia ormai strutturale. Un rapporto parallelo indica che la Russia avrebbe subito più perdite di qualsiasi altra grande potenza dalla Seconda guerra mondiale, un dato che ridimensiona la retorica di invulnerabilità militare del Cremlino. Eppure, Mosca continua a muoversi sul piano diplomatico: Vladimir Putin è atteso a un incontro con il presidente ad interim siriano, per discutere lo stato e le prospettive delle relazioni bilaterali, confermando come il conflitto ucraino non abbia ridotto l’attivismo russo in Medio Oriente.
Dalla periferia di Minneapolis ai tavoli di Pechino e Mosca, il filo che unisce questi eventi è la fatica delle democrazie e delle potenze globali nel governare transizioni simultanee: sicurezza interna, migrazioni, energia, tecnologia e guerra. Il Minnesota diventa così una lente attraverso cui leggere un mondo in cui la repressione locale e le grandi strategie internazionali non sono più piani separati, ma parti di un unico, instabile equilibrio.





