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Quello che è accaduto ieri a Minneapolis non è solo un fatto di cronaca, ma un esempio inquietante di come un evento violento possa essere immediatamente riscritto dal potere. Una donna è stata uccisa da un agente federale durante un’operazione di controllo sull’immigrazione. Nel giro di poche ore, la versione ufficiale è stata diffusa con parole nette e rassicuranti: agenti accerchiati da una folla ostile, una situazione fuori controllo, un’auto trasformata in arma, colpi sparati per legittima difesa, vite salvate all’ultimo secondo.
È un racconto che sembra pensato per chiudere il caso prima ancora che venga guardato da vicino.
Perché le immagini raccontano altro. Nei video girati dai residenti del quartiere non si vedono tumulti né assalti. Non c’è una folla violenta, ma poche persone ferme a distanza, che osservano e filmano. L’auto coinvolta non avanza contro gli agenti: si ferma, fa retromarcia, si allontana. Le ruote sono girate nella direzione opposta. Eppure uno degli agenti si sposta deliberatamente davanti al veicolo e spara, uccidendo la donna alla guida.
Nessun agente risulta gravemente ferito. Nessuno, a ben vedere, avrebbe bisogno di “riprendersi”. Persino l’uomo che ha fatto fuoco, nelle immagini successive, si allontana con passo normale, senza segni di shock o di lesioni. La distanza tra ciò che viene dichiarato e ciò che è visibile è troppo ampia per essere liquidata come un dettaglio.
Non è la prima volta che accade. Da tempo le operazioni di controllo e deportazione vengono accompagnate da una retorica emergenziale che descrive gli agenti come costantemente sotto assedio e le comunità locali come potenziali nemici. Ma in casi come questo la narrazione ufficiale non serve a spiegare: serve a giustificare. A spostare l’attenzione, a costruire un nemico, a trasformare una vittima in una minaccia.
Il punto più grave è proprio questo: non si tratta di una vicenda oscura o difficile da ricostruire. È avvenuta in uno spazio aperto, davanti a testimoni, con riprese video accessibili. Eppure si insiste su una versione che contraddice ciò che chiunque può vedere con i propri occhi.
Alla fine resta una domanda semplice e scomoda. Se la realtà può essere negata così apertamente, quando è documentata e condivisa, chi rappresenta davvero il pericolo per le comunità? Le figure evocate nei comunicati ufficiali o chi, armato e protetto dall’uniforme, agisce senza rendere conto delle proprie azioni?
La morte di Minneapolis non è solo una tragedia individuale. È un segnale ulteriore di quanto sia diventato fragile il confine tra sicurezza e abuso, tra informazione e propaganda, tra potere e verità.





