
TLC – No Scrubs
23 Febbraio 2026Il Comò: mobile da camera con qualche cassetto segreto. Scrivere per liberarsi dai pensieri. Depositarli qui, prima di dormire.
Mio padre è questo
La domenica pomeriggio, quando la luce comincia a cedere, mi cresce dentro qualcosa che non saprei chiamare altrimenti che dolore. Non è tristezza, che è parola troppo morbida, né nostalgia, che presuppone qualcosa che si è davvero avuto. È un dolore quasi fisico, una pressione nel petto, come se il respiro dovesse farsi largo in uno spazio che si restringe.
È mio padre. Non me ne sono accorto subito. Per anni ho vissuto la sua assenza come si vive l’assenza dell’aria in una stanza ben ventilata — non la noti, non ti manca, sei semplicemente lì. Non ho sofferto della sua morte nel modo in cui soffrono i figli che perdono un padre che ricordano. Lui è morto quando ero piccolo, prima che potessi costruire il lutto su qualcosa di concreto. Prima che potessi sapere di cosa fare il vuoto.
Il vuoto, appunto. Non l’ho riconosciuto. O meglio: non avrei saputo riconoscerlo, perché per riconoscere un’assenza bisogna aver tenuto qualcosa tra le mani, e io non avevo mai tenuto niente. C’era soltanto quella domenica, ogni domenica, che tornava.
Il Verano ha un odore. Chi lo ha frequentato da bambino lo sa, e non lo dimentica. Non è l’odore della morte, che è cosa letteraria e imprecisa. È qualcosa di più reale e più strano: l’acqua che ristagna nei vasi di marmo, ferma da giorni, con dentro i gambi dei fiori che marciscono lentamente. Un odore acquoso e dolciastro insieme, che non appartiene né alla vita né alla morte ma a qualcosa nel mezzo — la materia che si trasforma senza fretta, indifferente a chi la guarda.
C’era poi l’odore dell’autobus, quello specifico degli anni Sessanta romani, di metallo caldo e sedili di gomma, il respiro collettivo di tutti i passeggeri che portavano i loro morti con sé, ognuno in silenzio. E sopra tutto, più forte di tutto, la crema Venus di mia madre. La confezione regnava sul comò della sua camera — alta, bianca, con la scritta scura — e lei se la passava sulle mani prima di uscire, con quel gesto preciso e rituale che hanno le donne quando si preparano ad affrontare qualcosa di necessario. Quel profumo era lei. Era la domenica. Era il cimitero. Sono la stessa cosa, nella mia memoria.
Ancora oggi la mia memoria si sviluppa dagli odori. Non dalle immagini, non dalle parole — dagli odori. È come se quella parte di me rimasta bambina avesse deciso di custodire il mondo attraverso il naso, l’organo più antico, quello che arriva alla memoria prima che il pensiero possa intervenire a correggere, a selezionare, a mentire.
Ho portato il maglione di babbo nonostante le maniche corte. Non so spiegare questo fatto in modo razionale, e non ci provo. Le maniche mi arrivavano quasi ai polsi, il tessuto era pesante per la stagione, probabilmente ridicolo. Ma dentro c’era il suo odore — non so più bene quale, ormai forse lo sto inventando, forse è già diventato il profumo di ciò che avrebbe dovuto essere. Eppure lo portavo. La lana contro la pelle come un argomento contro il vuoto, come se il corpo potesse tenere insieme quello che la mente non riesce a nominare.
E poi le caramelle medicinali. Le avevo in tasca, sempre. Anche quelle erano sue, o almeno così ricordo — forse erano di mia madre, forse me le ero procurate da solo nel modo in cui i bambini si procurano le cose che appartengono agli adulti che amano. Quel sapore forte, quasi amaro, di eucalipto o menta, che brucia un poco in gola. Un sapore da grandi, da malattia guarita, da cura. Le succhiavo nel silenzio del pomeriggio domenicale e il sapore diventava parte dell’ora, della luce che calava, del ritorno a casa che si avvicinava.
Il ritorno a casa era il momento più difficile. Non il cimitero — lì c’era ancora qualcosa da fare, un posto dove stare, una forma al dolore. Era dopo, quando si tornava e non c’era più niente da fare che aspettare la notte. Il vuoto mi aggrediva — questa è la parola giusta, aggrediva, perché non era una presenza gentile ma qualcosa che veniva da fuori e da dentro insieme, che non chiedeva permesso. Mi lasciava lì con tutte le paure del vivere, che a quell’età non sapevo ancora chiamare per nome ma sentivo come si sentono le cose vere: nel corpo prima che nella testa.
Mio padre è questo. Non un volto preciso, non una voce, non un ricordo che posso raccontare dicendo una volta lui mi disse, una volta lui fece. Mio padre è un’ora del giorno, è la domenica sera quando la luce muore, è l’odore di un maglione troppo grande e di caramelle medicinali in tasca e di crema Venus sul comodino. È il modo in cui il vuoto, quando non ha una forma riconoscibile, trova comunque il modo di farti sapere che c’è.
Ogni domenica, puntuale, torna a dirmelo.





