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6 Novembre 2026Monte dei Paschi, 1,65 miliardi di utile in nove mesi: i conti della banca senese e la scelta di Tortora
I conti dei primi nove mesi del 2026 consegnano l’immagine di una banca che non è più un caso da curare, ma un’azienda che produce valore con regolarità. L’utile netto è di 1,657 miliardi, il 21,2 per cento in più dell’anno precedente. I ricavi salgono del 5,6 per cento e superano i sei miliardi, sostenuti dal margine di interesse e dalle commissioni; i costi restano fermi a 2,56 miliardi e il rapporto tra costi e ricavi scende al 43 per cento. Nel terzo trimestre l’utile di 543 milioni supera le attese, pur restando sotto i 606 del secondo.
Il capitale misura la distanza dal passato: Cet1 al 16,4 per cento, con circa 680 punti base sopra i requisiti, senza contare gli utili del periodo, che la banca prevede di distribuire fino al cento per cento. Crediti deteriorati netti all’1,2 per cento. Chi ricorda gli anni delle sofferenze e del salvataggio pubblico legge queste cifre con incredulità.
Un elemento va però letto con attenzione. Il confronto è costruito su dati che includono Mediobanca, e tra le voci che spingono il risultato pesano gli utili da partecipazioni, soprattutto il contributo di Generali. Il Monte di oggi è un gruppo che somma la banca commerciale del Centro Italia, la banca d’affari milanese e una quota rilevante del primo assicuratore del Paese. Una parte crescente della sua redditività nasce lontano da Siena, e questo ne ha accresciuto il valore, ma anche l’attrattiva per chi lo vede come chiave d’accesso a Piazzetta Cuccia e a Trieste.
I conti arrivano infatti dopo il voto del 29 ottobre, con cui gli azionisti hanno respinto il piano difensivo di Lovaglio su Banco Bpm e Banca Generali. La strada per l’offerta di Intesa appare sgombra, con l’avvio atteso nella settimana del 23 novembre, e il consiglio del Monte esprimerà la sua valutazione entro il mese.
È dentro questo quadro che vanno lette le parole di Pierluigi Tortora, azionista con Plt Holding e da sempre sostenitore di Lovaglio. A Verona ha detto che, se ci sarà da aderire, aderirà: diventerebbe titolare di circa lo 0,3 per cento di Intesa, e il dividendo atteso, intorno al sette per cento, lo soddisfa. Il 29 ottobre ha votato per il piano di Lovaglio per coerenza, sapendo che i giochi erano fatti; ora aspetta il documento informativo e il parere dell’Antitrust, e si definisce investitore paziente, non speculatore.
È una posizione rispettabile, e proprio per questo istruttiva. Anche il socio più vicino al management senese ragiona in termini di premio e rendimento. È la logica del mercato, quella che la trasformazione del Monte in società per azioni, negli anni Novanta, rese possibile per sottrarre la banca al destino di un ente chiuso su se stesso. Ma ha una conseguenza: nel capitale nessuno rappresenta più il territorio.
Tortora ha aggiunto un’osservazione acuta: tanto le mosse di Lovaglio quanto quelle di Intesa sono state costruite con beni degli azionisti del Monte, da una parte la cessione di sportelli, dall’altra la vendita di quote Generali. La partita si gioca dunque sul patrimonio accumulato dalla banca senese, che i conti mostrano più ricco che mai.
Il risanamento è stato pagato da molti: dallo Stato, dai lavoratori, dai risparmiatori, dalla città che ha perso il ruolo di azionista. La banca che oggi guadagna un miliardo e mezzo in nove mesi è anche il frutto di quei sacrifici. Ricordarlo non è nostalgia, è un criterio di giudizio per ogni decisione sul suo futuro.





