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Tredici aprile. Dodici aprile. Il conto alla rovescia verso il 15 aprile scandisce ormai ogni mattina le prime pagine economiche italiane come un metronomo ossessivo. Ma quello che si consumerà all’assemblea degli azionisti di Banca Monte dei Paschi di Siena non è il semplice rinnovo di un consiglio di amministrazione. È qualcosa di più antico e di più profondo: una resa dei conti sul potere, sulla fiducia, sul controllo del denaro pubblico trasformato — a fatica, in quattro anni di lavoro durissimo — in un istituto tornato a generare utili.
Luigi Lovaglio ha detto “sono fiducioso” con la calma di chi sa di avere il tempo dalla sua parte, o almeno ci spera. Lo ha detto a Bloomberg Tv, lo ha ripetuto ai giornali senesi. Sospeso dal board ed escluso dalla lista del cda uscente, il banchiere è stato ripresentato dalla lista di PLT Holding per il rinnovo del cda all’assemblea del 15 aprile. Una scelta irrituale, quasi un colpo di teatro: il manager che ha traghettato Mps fuori dal pantano delle sofferenze e della vigilanza straordinaria scende in campo con una lista alternativa a quella del consiglio che lui stesso ha guidato per quattro anni. Lo schiaffo è arrivato con puntualità: il 25 marzo il cda ha revocato le deleghe a Lovaglio e lo ha sospeso con effetto immediato anche dalle funzioni di direttore generale.
La motivazione ufficiale è il “venir meno del rapporto di fiducia”. Ma la fiducia, in questa vicenda, è una parola che vale poco. Quel che vale molto è chi siede all’assemblea del 15 aprile con quante azioni in tasca. Il vero ago della bilancia è il voto degli investitori istituzionali: nel capitale di Monte dei Paschi nessuno ha i numeri per chiudere la partita da solo. Il board punta su Fabrizio Palermo, ex amministratore delegato di CDP e attuale guida di Acea, benedetto da Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista rilevante. Delfin, primo socio, aveva espresso sostegno a Lovaglio all’inizio dell’anno; Caltagirone è invece il grande sponsor dell’opzione Palermo. Ma né l’uno né l’altro possono chiudere il conto da soli. Resta fuori una fetta di capitale molto ampia, dentro cui stanno grandi case internazionali, fondi indicizzati, gestori attivi che in assemblea si muovono guardando alla qualità della governance più che alle fedeltà personali.
E qui sta la cifra vera di questa storia: Rocca Salimbeni non è più — se mai lo è stata davvero — una banca senese. È un pezzo del risiko finanziario italiano, un nodo nel quale si incrociano l’OPS su Mediobanca, le partite su Generali, gli equilibri tra i grandi patrimoni familiari del capitalismo nostrano. Il dossier Mps-Mediobanca non è più una semplice operazione di mercato. È diventato il luogo in cui si decide chi comanda davvero nella nuova finanza italiana.
Lovaglio lo sa. Per questo non molla. Rivendica i risultati degli ultimi quattro anni, la solidità del piano industriale, i 16 miliardi di remunerazione complessiva promessi agli azionisti nei prossimi cinque anni. L’inchiesta della Procura di Milano sulla tentata scalata a Mediobanca, nella quale risulta indagato? Minimizza: non rappresenta un ostacolo alla sua eventuale rielezione. ISS, il principale proxy advisor dei grandi fondi istituzionali, ha preferito Palermo. La lista di PLT Holding conta circa l’1,2% delle quote: le chance numeriche appaiono minime. Eppure Tortora e Lovaglio non si arrendono, incontrano fondi, scrivono lettere agli azionisti, costruiscono argomenti.
C’è qualcosa di drammaturgicamente perfetto in questa vicenda, e insieme di molto sienese. Una banca che porta il nome del Monte, che ha attraversato la crisi più lunga del sistema creditizio italiano, si trova ora a decidere il proprio futuro con tre liste e un voto. Il 15 aprile non assomiglia a una semplice staffetta al vertice: somiglia a un referendum interno su chi debba guidare la banca nella fase successiva. Il manager che ne ha firmato il rilancio, o il candidato scelto dal consiglio per la stagione successiva?
A Siena si sa bene che le partite decisive si giocano spesso nell’ultimo minuto. Il 15 aprile è alle porte. La Rocca aspetta.





