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Pierluigi Piccini
C’è qualcosa che non torna, e non è una sensazione: è un dato politico ed economico. Il Monte dei Paschi di Siena è stato salvato dallo Stato italiano. Non da investitori privati, non dal mercato. Dallo Stato. Con risorse pubbliche, cioè con i soldi dei cittadini.
Tra il 2017 e gli anni successivi, l’intervento pubblico ha superato i venti miliardi di euro, tra ricapitalizzazioni, garanzie e copertura delle perdite. Un’operazione necessaria per evitare il fallimento di una banca sistemica, per proteggere i risparmiatori e per impedire un effetto domino sul sistema creditizio. Una scelta discutibile, forse, ma politicamente comprensibile.
Il problema nasce dopo.
Una volta risanata, ripulita dai crediti deteriorati, ridimensionata e riportata in utile, Mps è tornata “appetibile”. Ed è in quel momento che lo Stato ha iniziato a uscire dal capitale, vendendo progressivamente le proprie quote sul mercato. L’operazione viene oggi rivendicata come un successo liberale, come dimostrazione di efficienza e riformismo.
Ma il punto è semplice: chi ha pagato il rischio massimo non è chi incassa i benefici.
Le perdite sono state socializzate. I potenziali profitti, privatizzati.
I cittadini hanno messo i soldi quando la banca valeva poco o nulla. Gli investitori entrano quando la banca è tornata in salute. Questo non è liberalismo: è un “Robin Hood alla rovescia”.
Quando Antonio Tajani cita la liberalizzazione di Mps come prova del carattere liberale di Forza Italia, racconta solo l’ultima scena del film, non l’intera trama. Il mercato arriva dopo che lo Stato ha fatto il lavoro più duro, più costoso e più rischioso.
Il vero liberalismo funziona al contrario: il rischio è privato, non pubblico. Qui, invece, lo Stato è intervenuto quando c’era da perdere e si è ritirato quando si è tornati a guadagnare. Un modello che abbiamo già visto molte volte, e che nulla ha a che fare con il riformismo.
Mps oggi è più solida, ed è un bene. Ma sarebbe intellettualmente onesto riconoscere che questa solidità è stata costruita con risorse collettive. Se si voleva davvero chiudere il cerchio, una parte dei benefici del risanamento avrebbe dovuto tornare direttamente alla collettività, non fermarsi ai nuovi azionisti.
Raccontare l’uscita dello Stato come una vittoria ideologica, senza dire chi ha pagato il conto, non è liberalismo. È rimozione selettiva della memoria.





