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Luigi Lovaglio è fuori. Non con un passo di lato, non con le dimissioni negoziate, non con il comunicato diplomatico che ammorbidisce le sconfitte. Con la «risoluzione unilaterale per giusta causa del rapporto di lavoro» — formula burocratica che nel linguaggio delle banche vale quanto uno schiaffo pubblico.
Il consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Maione ha formalizzato martedì sera il licenziamento, conseguenza diretta della revoca delle deleghe deliberata il 25 marzo. Lovaglio aveva accettato la candidatura nella lista Plt Holding di Pierluigi Tortora — con Cesare Bisoni presidente e lui stesso come amministratore delegato — e il cda uscente ha risposto nell’unico modo che conosce: chiudendo ogni porta.
C’è un precedente che vale la pena ricordare. Nel marzo 2022, Guido Bastianini venne licenziato con le stesse modalità, proprio per fare spazio a Lovaglio. Ne seguì una causa di lavoro. La storia, a Rocca Salimbeni, ama le sue ironie.
La rottura non è stata fulminea. Tre giorni consecutivi di riunioni del cda, senza che Lovaglio vi partecipasse, una lunga istruttoria affidata a consulenti esterni, voci nel pomeriggio del 25 marzo su una possibile lettera di dimissioni. Non arrivò. La frattura era già consumata prima: Lovaglio si era presentato alla conferenza europea di Morgan Stanley a Londra senza informare il board della sua candidatura nella lista concorrente. Un gesto che il consiglio ha letto come una violazione del rapporto fiduciario — e che ha trasformato una crisi di governance in una guerra aperta.
La differenza rispetto al 2022 è che quella frattura apriva una stagione. Questa arriva nel mezzo di una contesa che si deciderà mercoledì 15 aprile, nell’auditorium di viale Mazzini. Un’assemblea che vale molto più di una successione manageriale: vale il controllo del terzo gruppo bancario italiano, oltre 22 miliardi di capitalizzazione, impegnato nell’integrazione con Mediobanca e nella gestione della partecipazione in Assicurazioni Generali. Chi vince eredita una banca più solida ma molto più esposta — più grande, più osservata, più intrecciata con i grandi dossier della finanza nazionale.
Sul tavolo due liste. Il cda propone la conferma di Maione alla presidenza e Fabrizio Palermo — attuale ad di Acea, già a capo della Cassa Depositi e Prestiti — come nuovo amministratore delegato. Tortora risponde con Lovaglio e Bisoni. Il meccanismo assembleare non è lineare: se la lista del consiglio risultasse la più votata, seguirebbe una votazione individuale su ciascun candidato, con i seggi delle minoranze ripartiti tra le altre liste secondo i voti ottenuti. Non basta arrivare primi. Bisogna reggere il secondo passaggio.
Qui entrano i fondi. Blackrock (5%), Vanguard (3%) e Norges (3%) possono orientare l’esito, così come Banco Bpm con il suo 3,7% ancora senza dichiarazione di voto. Il Ministero dell’Economia, titolare del 4,8%, quasi certamente non parteciperà, coerentemente con la sua uscita progressiva dal capitale.
L’incognita più pesante è Delfin. La holding della famiglia Del Vecchio, guidata da Francesco Milleri, aveva valutato nelle scorse settimane di disertare l’assemblea, critica per l’esclusione di Lovaglio dalla lista del consiglio — un manager che gode della stima personale di Milleri. Poi il deposito dell’intera quota, il 17,5%, ha cambiato gli scenari. Ma non il silenzio. L’orientamento prevalente negli ambienti finanziari è verso l’astensione o un voto alla lista di minoranza di Assogestioni: una presa di distanza dal ribaltone orchestrato da Caltagirone, che però finisce per favorire indirettamente il cda, e al tempo stesso un modo per non rompere con il tradizionale alleato romano.
Caltagirone, con l’11,5% e un figlio nella lista del board, è il grande sponsor di Palermo. Benetton, Mediolanum, Enpam ed Enasarco sembrano orientati nella stessa direzione. La base di partenza della lista del cda viene stimata intorno al 20% del capitale. Non abbastanza per chiudere la partita senza i fondi.
I proxy advisor ISS e Glass Lewis hanno raccomandato il voto alla lista del consiglio, ma non senza riserve. ISS ha espresso parere contrario alla riconferma di Maione alla presidenza, creando un paradosso: seguire integralmente l’indicazione significherebbe sostenere Palermo ma senza confermare il presidente che lo affianca. Glass Lewis ha bocciato alcuni nomi specifici. Tortora ha attaccato Glass Lewis per incoerenza interna: l’indagine della Procura di Milano che coinvolge Lovaglio viene classificata come non determinante nella parte analitica, poi riemerge come fattore chiave nella raccomandazione finale.
Lovaglio sarà quasi certamente nel prossimo consiglio di amministrazione comunque. Le norme sulla rappresentanza delle minoranze lo garantiscono. Una via d’uscita semi-onorevole, nel caso di sconfitta. O il trampolino per un altro colpo di scena.
Rocca Salimbeni è sempre stata una banca dove i finali si riscrivono all’ultimo.





