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di Pierluigi Piccini
Il testo che segue prende in esame alcune dichiarazioni pubbliche relative all’inchiesta in corso, alla gestione della partecipazione statale in Monte dei Paschi di Siena e alla scelta di ridurre progressivamente la quota pubblica fino a scendere sotto il 5%. Le affermazioni vengono analizzate sul piano della correttezza istituzionale, della coerenza logica e della trasparenza politica, mettendo in evidenza omissioni, semplificazioni e contraddizioni.
Il riferimento iniziale all’inchiesta è costruito in modo fuorviante. Sostenere di “non essere preoccupata” perché la Procura della Repubblica avrebbe detto che “nelle azioni del governo non c’è niente di illegittimo” confonde deliberatamente i piani. Una Procura, specie nelle fasi iniziali di un’indagine, non certifica la legittimità complessiva dell’azione di governo, ma valuta l’esistenza o meno di profili penali. L’assenza, allo stato, di rilievi penali non equivale né a un giudizio politico positivo né a una piena legittimazione amministrativa. Usare l’autorità giudiziaria come argomento di rassicurazione politica è quindi improprio.
La ricostruzione delle cessioni della quota statale in MPS è poi parziale. È corretto ricordare l’intervento pubblico del 2016 e l’impegno assunto con la Commissione Europea a ridurre la partecipazione sotto il 20%, ma presentare questo vincolo come un fatto puramente tecnico serve a rimuovere il cuore della questione: le modalità concrete della dismissione. Il rinvio delle scadenze, prima al 2021 e poi al 2024, segnala che non si trattava di un percorso lineare e obbligato, ma di una scelta politica continuamente rinegoziata. Su questo, però, non viene fornita alcuna spiegazione.
Particolarmente debole è l’argomento sulla rivalutazione del titolo. Il passaggio da circa 2 a circa 8 euro per azione viene attribuito direttamente all’azione del governo, come se il valore di mercato fosse il risultato automatico di una gestione politica virtuosa. In realtà, il prezzo di un titolo bancario dipende da fattori molteplici: contesto macroeconomico, politiche monetarie, ristrutturazioni già avviate, aspettative degli investitori e, non da ultimo, dalla prospettiva stessa della privatizzazione. Presentare la crescita del titolo come un merito quasi esclusivo dell’esecutivo è una semplificazione che ha il sapore della propaganda.
Anche il riferimento ai 2,5 miliardi “rientrati nelle casse dello Stato” è selettivo. Viene evocato il ritorno di una parte delle risorse come elemento positivo, senza però ricordare l’ammontare complessivo del salvataggio pubblico e la perdita netta che resta a carico dei contribuenti. Senza un bilancio complessivo costi-benefici, parlare di “buona cosa” rischia di essere fuorviante e di ridurre una questione strutturale a un dato isolato.
Infine, la conclusione del ragionamento è internamente contraddittoria. Da un lato si afferma che lo Stato, con meno del 5%, non ha più voce in capitolo e quindi non controlla MPS; dall’altro si sostiene che un terzo polo bancario sarebbe utile, salvo poi dichiarare che il governo non ha “autorità né mezzi” per incidere. Ma se il governo non ha strumenti oggi, li ha però avuti quando ha deciso tempi, modalità e condizioni della dismissione. Rivendicare i risultati e, allo stesso tempo, dichiararsi impotenti rispetto agli effetti sistemici di quelle scelte è un evidente corto circuito logico.
Nel complesso, il discorso trasforma decisioni politiche rilevanti in atti presentati come inevitabili, tecnici o imposti dall’esterno. I benefici vengono enfatizzati, i costi ridotti a sfondo, le responsabilità diluite tra Europa, mercato e magistratura. È una narrazione rassicurante, ma elusiva, che evita di affrontare il nodo centrale: quale ruolo si voleva e si vuole attribuire allo Stato nel sistema bancario e nell’interesse generale del Paese.
La premier: “Nessuna fretta di cedere Mps” Sull’inchiesta: “Non mi dà preoccupazioni”
Pietro Paolo Savini
ROMA
Nessuna preoccupazione per l’inchiesta in corso su Monte dei Paschi di Siena, nessuna accelerazione sulla cessione delle ultime quote pubbliche e, soprattutto, nessuna regia del Governo sulle future strategie bancarie. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rispondendo a una delle domande nel corso della conferenza stampa tenuta ieri a Roma, ha tracciato una linea netta tra il ruolo svolto dallo Stato negli anni del salvataggio e la fase attuale, segnata dal ritorno progressivo della banca senese a una piena autonomia di mercato. “Non sono preoccupata per l’inchiesta in corso – ha spiegato Meloni – anche perché la stessa Procura ha chiarito che nelle azioni del Governo non c’è nulla di illegittimo”.
Un passaggio che mira a spegnere sul nascere ogni lettura politica delle verifiche giudiziarie, ribadendo la correttezza del percorso seguito dall’esecutivo. Il punto centrale resta però la partecipazione pubblica. Oggi lo Stato detiene meno del 5 per cento del capitale di Mps. Una quota residuale, frutto di un processo di dismissione avviato nel solco degli impegni presi con l’Unione europea e che ha consentito, secondo Palazzo Chigi, anche un ritorno economico per le casse pubbliche.
“Non escludiamo di cedere le quote residue – ha detto la premier – ma non c’è nessuna fretta”.
Parole che a Siena vengono lette con particolare attenzione. Da un lato rassicurano sul fatto che non siano in arrivo operazioni forzate o scelte dettate dall’urgenza politica; dall’altro certificano definitivamente l’uscita dello Stato dal ruolo di azionista di controllo. “Proprio perché non controlliamo più Mps – ha sottolineato Meloni – non abbiamo voce in capitolo sul cosiddetto terzo polo bancario”.
Un riferimento chiaro al dibattito che da mesi anima il settore del credito italiano. La presidente del Consiglio non nasconde la propria opinione: “Ritengo che un terzo polo possa essere utile al sistema bancario nel suo complesso”. Ma la precisazione è altrettanto netta: “Il Governo non ha l’autorità né gli strumenti per intervenire”.
Il messaggio politico è duplice. Da un lato rivendicare il lavoro svolto nella fase di uscita dello Stato, dall’altro segnare una distanza istituzionale dalle scelte industriali future della banca.
Per Mps, simbolo storico di Siena e del suo tessuto economico, si apre così una fase in cui la politica osserva da lontano, lasciando al mercato e agli organi societari il compito di scrivere il prossimo capitolo.
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Le parole di Giorgia Meloni
La premier e il futuro di Banca Mps
Anche Banca Mps è stata, inevitabilmente, tra i punti trattati dalla premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa fiume di ieri. Tre gli spunti principali: la «non esclusione» della cessione della quota residua di capitale in mano allo Stato; l’auspicio della creazione di un terzo polo bancario di cui si vagheggia da anni; la «non preoccupazione» per l’inchiesta milanese in corso sulla scalata a Mediobanca. Niente di particolarmente nuovo, ma comunque una chiave di lettura che porta a quanto sostenuto da tempo dal centrodestra: Banca Mps è tornata in acque sicure per merito del sostegno e dell’azione dell’attuale Governo. Su questo a sinistra la pensano diversamente ma, come si dice in questi casi, il dibattito è aperto. Le parole della premier dunque: «Oggi deteniamo meno del 5 per cento delle quote di Mps. Non escludiamo che le cediamo, non c’è fretta. Ma proprio perché non la controlliamo non abbiamo voce in capitolo sul terzo polo bancario… Io penso che sia utile al nostro sistema bancario nel complesso, ma il governo non ha l’autorità e i mezzi per fare questo». Quindi la vicenda giudiziaria: «Non sono preoccupata per l’inchiesta in corso. Tra l’altro la Procura mi sembra abbia detto che nelle azioni del Governo non c’è niente di illegittimo».
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