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Il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi si è riunito di nuovo, pochi giorni dopo la seduta straordinaria di lunedì, e ne è uscito senza una parola ufficiale. In questi casi il silenzio dice più di un comunicato. Il board ha ribadito le critiche all’Opas di Intesa Sanpaolo, sia sul prezzo, con un premio giudicato inferiore alla media delle offerte bancarie italiane, sia sulla strategia industriale. Non ha però cambiato rotta. La doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali, con il dividendo straordinario da quattro miliardi, andrà al voto il 29 ottobre così com’è: senza alternative e senza i numeri.
I numeri, infatti, dicono altro. Serve la maggioranza dei due terzi, e il fronte del no ha già superato un terzo del capitale: Delfin con il 17,5 per cento, Caltagirone con il 13,5, Benetton con l’1,45. Ora si aggiunge Fondaco Lux, gestore lussemburghese di un fondo che ha nella Fondazione di Roma il principale sottoscrittore. Voterà contro con lo 0,41 per cento e guarda con favore, in via preliminare, all’offerta di Intesa.
Poi sono arrivati i proxy advisor. Iss ha segnalato il rischio di gestire più fusioni con un consiglio diviso, pur promuovendo l’aggregazione con Mediobanca. Glass Lewis ha riconosciuto al piano qualche merito, ma lo ha giudicato insostenibile con un terzo dei soci contrario e senza l’appoggio di Bpm e Generali. Il Tesoro, con il 4,9 per cento, non voterà. Banco Bpm deciderà all’ultimo.
Intesa ha alzato la parte in contanti da uno a 1,25 euro per azione, oltre a 1,6 titoli di nuova emissione. E ha posto un aut aut: se passasse anche una sola delle operazioni di Lovaglio, l’offerta decadrebbe. Il 29 ottobre diventa così un referendum dall’esito già scritto, e la Borsa lo sa: il titolo del Monte si muove ormai agganciato a quello di Ca’ de Sass.
Resta da capire che cosa sia Siena in questa vicenda. Il segretario provinciale del Pd ha chiesto un’iniziativa unitaria di Regione, Provincia e Comune per ottenere dal Governo impegni e garanzie formali. Ne è seguito l’incontro con il ministro Giorgetti, con il sindaco Fabio, il presidente della Provincia Carletti e il presidente della Regione Giani, e un tavolo con le realtà economiche locali. È giusto che le istituzioni si muovano. Ma con quale forza contrattuale, quando le decisioni si prendono altrove, nelle holding di famiglia, nei fondi lussemburghesi, negli uffici degli analisti?
Il punto è scomodo. Le garanzie su occupazione, sede, marchio e rapporto con il territorio si ottengono prima che la partita si chiuda, non dopo. Dal 30 ottobre il peso di Siena si ridurrà a una richiesta di attenzione rivolta a chi non avrà più bisogno di concederla. Le prossime due settimane servono a scrivere nero su bianco che cosa resterà alla città, quando del Monte, a Siena, potrebbe restare soltanto il nome.





