«Mentre dorme, un uomo è circondato dal filo delle ore, dall’ordine degli anni e dei mondi. Nello svegliarsi, istintivamente li consulta, e in un attimo vi legge la propria posizione sulla superficie terrestre e il tempo che è trascorso durante il sonno» osservava Marcel Proust in Alla ricerca del tempo perduto notando anche che, al risveglio, è il ricordo, «come una corda gettatami dal cielo, a tirarmi fuori dall’abisso del non essere dal quale non sarei mai riuscito a uscire da solo».
Cosa ci rende ciò che siamo? Qual è la nostra essenza, la nostra gabbia? Perché in rari momenti ci sentiamo molto più presenti nel mondo? Come facciamo a non smarrirci per sempre? Se lo chiede insieme all’autore chi legge Desiderare, il primo romanzo del neuroricercatore Giorgio Vallortigara. Importunatore di pulcini dedito a studi solo all’apparenza bizzarri – per non dire bislacchi – quali l’osservazione della direzione prevalente del moto della coda di un cane o l’asimmetria nello sviluppo dei cordati (utilissimo ad esempio per capire perché gli umani preferiscano baciarsi volgendo il capo a destra), era già noto al pubblico per alcuni deliziosi saggi divulgativi, oltre che per gli articoli editi su «Domenica».
Desiderare, intriso di scienza, ovviamente, ma anche di pensiero umanistico, è un romanzo costruito con maestria tale da riuscire a fornire con disinvoltura a chi legge le conoscenze scientifiche necessarie a poter intuire la soluzione del mistero che si dipana nella narrazione, rendendolo uno spettatore attivo e dunque più appagato. Naturalmente appagato anche dalla quantità di conoscenze, di riflessioni e di stimoli che assimila mentre segue, incuriosito, la trama. Un gioiellino di intelligenza e di ironia, ma anche una summa di alcune delle ricerche più interessanti sulla memoria, la percezione e la rappresentazione del mondo, l’istinto e l’apprendimento, come ci si poteva aspettare da questo originale e acuto osservatore dello scondinzolio canino.
Desiderare ha come protagonista uno storico della scienza, Itzhak, cui è appena morto in circostanze poco chiare un amico, Vittorio, studioso appassionato del cervello e in particolare dei “periodi critici” o “sensibili”: quelli in cui questo è più “plastico”, “molle”: apprende molto facilmente e molto rapidamente, come nelle primissime fasi di vita. Itzhak sta scrivendo un libro su Douglas Spalding, etologo vittoriano che mise a punto il primo laboratorio di psicologia comparata della storia, scoprendo l’imprinting prima di Konrad Lorenz, a cui ne fu erroneamente attribuito il merito, compreso quello di aver fondato l’etologia, complice anche la vita breve e sfortunata di Spalding. Morì infatti di tubercolosi a 36 anni, dopo essere stato l’amante non segreto della madre di Frank e Bertrand Russell, e il precettore del più grande dei due fratelli. Anche se non ne fu l’allievo, la riflessione epistemologica di Bertrand su cosa può essere veramente conosciuto è, per colmo di raffinatezza, una traccia impercettibile che si dipana nel romanzo, dove si alternano capitoli sulla vita di Itzhak – che spesso indugia nel chiedersi se il mondo che crediamo di conoscere non sia tutto una delusion, superstizione, una creazione inferenziale a partire dai campionamenti di calore, luce, forza e composizione chimica fatti dai nostri milioni di fragili fibre nervose sensoriali – e i capitoli del libro che scrive su Spalding. Capitoli che dialogano fra loro in modo non esplicito, e dunque ancor più stimolante, perché sta al lettore individuare i nessi, che possono essere anche indizi per scoprire cos’è accaduto a Vittorio.
Ad esempio, Itzhak descrive nella biografia che sta terminando come Spalding si renda conto che si può ingannare l’istinto facendo credere ai pulcini appena nati che la loro mamma sia la mamma dei fratelli Russell, ma solo in un certo periodo dello sviluppo, dopo l’apprendimento si consolida; parallelamente il protagonista cerca di capire dove abbiano portato le ricerche seguite dal suo amico Vittorio, dove lo abbiano portato, soprattutto. Ricerche che mostrano che, quando richiamiamo un ricordo alla memoria, rendiamo «plastica la sua traccia nel cervello, cedevole come creta che può essere rimodellata», che, cioè, lo alteriamo, e dunque all’evocazione successiva non sarà più quel ricordo, ma il ricordo di quando avevamo rievocato il ricordo. In altre parole, che è impossibile non alterare i ricordi richiamandoli, ma che in questo modo si potrebbero magari cancellare, o “addomesticare”.
«Forse un mattino andando in un’aria di vetro,/ arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore da ubriaco» scriveva Montale parlando del nulla, che tanto spaventa gli esseri umani, e che può essere l’effetto della nostra idea di mondo rivelatasi una delusion o essere «l’abisso del non essere» di cui parlava Proust. Cosa ci tiene lontano dall’abisso? Quanto di ciò che siamo dipende dai nostri ricordi? Possiamo potenziare ciò che siamo? Possiamo riscriverlo? E se riscriviamo i nostri ricordi, cosa sarà di noi? È un’ambizione faustiana quella che porta Vittorio a cercare un cervello bambino, molto “plastico”, e lo forzerà a inseguire l’attimo, mentre chi legge imparerà che carpe diem non può significare vivere in un eterno presente.
Giorgio Vallortigara
Desiderare
Marsilio, pagg. 240, € 18






