Esistono molti modi di guardare lo scenario internazionale e spesso partire dal punto di vista geografico falsa le prospettive: la distanza dal fronte non è di per sé una garanzia di neutralità, come la vicinanza non lo è di chiarezza. Il giornalista britannico Oliver Moody, da diversi anni corrispondente per il Times di Londra da Berlino, ha rivolto le sue attenzioni al Baltico – un fronte prossimo, vicino, e tragicamente europeo che racconta nel suo libro Baltico (in Italia per Marsilio e la traduzione di Davide Martirani) – per cercare di comprendere e far comprendere quanto la questione russo-ucraina ci riguardi.
Perché il Baltico?
«Mi ero stufato della Germania. Dopo alcuni anni, passati a scrivere soprattutto di politica tedesca, ho iniziato a provare frustrazione per quanto il dibattito pubblico sembrasse girare in tondo attorno a questioni che, secondo me, erano invece centrali per l’Europa: energia, difesa e Russia».
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Cosa ha scoperto?
«Che il Baltico è storicamente uno spazio liminale tra Europa e Russia ma che, dal 1989 in poi, l’esperienza di essere stato ripetutamente schiacciato e conteso tra Russia e Germania ha reso quest’area una delle parti più convintamente occidentali dell’Occidente».
Cosa rimane dell’eredità russa?
«Pochissimo, e quel poco che resta è visto come una patologia, una malattia da curare e debellare prima che si trasformi in una sepsi. A parte la Germania, che fa un po’ caso a sé, l’ultimo Paese della regione che si considerava un ponte tra Est e Ovest era la Finlandia, ma quell’attitudine è stata trasformata radicalmente dopo il 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina».
Si sentono nel mirino di Putin?
«Strategicamente, l’area del Baltico è il punto più probabile di un’eventuale guerra Nato-Russia, senza ombra di dubbio. Simbolicamente, è forse il modello più forte di integrazione regionale in Occidente, e io sostengo sia anche un modello per il resto d’Europa: qui la sicurezza è riconosciuta come priorità assoluta non solo per gli stati ma per l’intera società. Quindi non è una sensazione: gli stati baltici, sono nel mirino di Putin. La vera sfida è convincere gli altri Paesi europei che lo siamo tutti. Siamo tutti stati di frontiera, soggetti all’aggressione russa, e dobbiamo agire di conseguenza».
Cosa vuole Putin dal Baltico?
«Non possiamo entrare nella sua testa, forse per fortuna. Ma prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, nei negoziati Stati Uniti-Russia falliti, aveva detto con chiarezza che la sua priorità era far arretrare la Nato a ovest, riportando l’orologio geopolitico agli anni Novanta. È per questo che è importante ribadire quanto tutta l’Europa sia in realtà coinvolta, senza bisogno di essere affacciata sui fronti di confine. La situazione strategica per Polonia e Stati baltici è in un equilibrio delicato. Da un lato, la Russia ha dimostrato di essere disposta a spendere risorse enormi, rischiare la condanna internazionale e sacrificare vite per attaccare i vicini, anche in maniera ibrida. Dall’altro lato, i paesi sul Baltico hanno acquisito molto più peso geopolitico in Europa, che si traduce in una forte presenza Nato multinazionale. La guerra qui ha avuto un effetto elettrizzante: Finlandia e Svezia sono entrate nella Nato, le spese per la difesa sono aumentate moltissimo, è aumentata l’integrazione con gli Stati Uniti e la disponibilità a esercitare una leadership morale sulla questione ucraina. Gli ultimi resti di neutralità e “equilibrio nordico” sono stati spazzati via».
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Dipende dall’affinità culturale con l’Ucraina?
«Dal punto di vista di Polonia, Finlandia e Stati baltici sì, per via delle loro storie di occupazione e difesa esistenziale. Anche la lotta per scrollarsi di dosso l’egemonia comunista in Polonia e nelle repubbliche baltiche fu strettamente connessa a quella ucraina: i movimenti pro-democrazia si scambiarono consigli e supporto tecnico. Un’altra eco evidente del passato è la rapidità con cui le idee circolano. Questi Paesi continuano a guardarsi l’un l’altro, a copiare politiche e a collaborare su coscrizione, difesa civile e ambiente – pur con molte rivalità nazionali».
L’Europa è inutile come si dice?
«In realtà, rispetto alla situazione precedente al 2022, direi che è stata molto più coerente di quanto molti si aspettassero. Certo, Ungheria e Slovacchia fanno ostruzionismo. Abbiamo diciannove pacchetti di sanzioni contro Mosca e comunque i paesi europei spendono ancora ventidue miliardi l’anno in petrolio e gas russi. La percezione della minaccia varia: gli Stati di frontiera vogliono correre, altri — come la Spagna — temono l’escalation. Ma l’Europa si è evoluta in una direzione più “baltica”: i paesi del nordest hanno imparato a integrarsi tramite alleanze flessibili su temi specifici, ed è ciò che vediamo oggi: una proliferazione di nuovi formati di coordinamento e legami bilaterali. Credo che Ursula von der Leyen abbia molti meriti, non solo per aver messo la sicurezza in cima all’agenda della Commissione ma anche per aver capito che l’Unione Europea non deve rispondere a tutte le domande».
Con Trump come la mettiamo?
«I leader europei si stanno abituando a un pendolo: parlano con Trump, sembra sostenerli; poi parla con i russi e torna a ripetere i punti di Putin. È una montagna russa geopolitica. Trump avrebbe un’enorme leva su Mosca. Le sue sanzioni recenti contro Lukoil e Rosneft hanno avuto effetti enormi, più di qualunque pacchetto europeo. E se gli Stati Uniti riprendessero – o raddoppiassero – l’assistenza militare a Kiev, potrebbero persino cambiare il corso della guerra. Ma questa leva è applicata in modo così incostante che resta molto scetticismo sulla possibilità di ottenere anche solo un cessate il fuoco minimamente stabile».
La storia sembra tornare su sé stessa: siamo condannati?
«È chiaro che il revanscismo russo verso i suoi vicini occidentali va avanti da almeno otto secoli e non mostra segni di esaurimento. Ma per altri aspetti, la regione baltica è un caso studio incoraggiante su come spezzare certi cicli. Prendiamo la Germania: dai Cavalieri Teutonici del dodicesimo secolo a Hitler nel ventesimo, per la maggior parte della storia è stata una potenza espansionista nel Baltico. Oggi è alleata e protettrice – anche se alcuni vicini la guardano ancora con sospetto. E poi guardiamo al periodo tra le due Guerre Mondiali: allora i Paesi tra Germania e URSS trovavano quasi impossibile superare le proprie divergenze e costruire un’alleanza militare, per non parlare di ottenere garanzie dai poteri occidentali. Oggi sono pienamente integrati nell’Unione e rappresentano l’avanguardia della Nato».







