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1 Aprile 2026
C’è un paradosso silenzioso al centro di Mormorii, la mostra che fino a questa primavera abita le sale della Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio. Un paradosso che i curatori Mirco Marino e Antonella Nicola sembrano aver cercato con consapevolezza: mettere in ascolto uno spazio costruito per difendersi, per respingere, per tenere lontano. Una fortezza medievale come cassa di risonanza. Un luogo fatto di spessore e silenzio come amplificatore di voci sommesse.
Il titolo dice già tutto e non dice niente. Mormorii non è rumore, non è grido, non è dichiarazione. È la soglia sonora tra il pensiero e la parola, tra l’interno e l’esterno, tra ciò che rimane privato e ciò che rischia di diventare pubblico. È la texture del linguaggio quando ancora non ha deciso di essere discorso.
I quattro artisti in mostra — Banchelli, Carone, Rä di Martino, Siedlecki — lavorano tutti, in modi diversi e spesso contraddittori, intorno a questa zona di indecidibilità. Non è un tema condiviso, è piuttosto una disposizione comune: un certo modo di stare davanti alle cose senza risolverle, un’estetica della sospensione che rifiuta sia l’illustrazione che la spiegazione.
Banchelli porta nella Rocca quella sua pratica di prelievo e restituzione del quotidiano, dove gli oggetti smettono di essere neutri e tornano a pesare. Carone lavora la materia come se la scultura fosse ancora in lotta con se stessa, con la propria volontà di forma. Rä di Martino, la più nota del gruppo sul piano internazionale, costruisce situazioni in cui l’immagine e il racconto si guardano senza riconoscersi, producendo una forma di straniamento che non è fredda ma febbricitante. Siedlecki introduce la dimensione del corpo e del suono in senso stretto, il mormorio come frequenza fisica oltre che metafora.
La scelta della Rocca Aldobrandesca non è decorativa. Come Assessore alla Cultura ho avuto a cuore, in questi anni, di non usare il nostro patrimonio come semplice contenitore scenografico, come quinta di lusso per operazioni culturali che avrebbero potuto essere altrove. Osservatorio: Mormorii è pensata per queste stanze, per questa luce, per questo rapporto tra spessore murario e fragilità delle opere. La Rocca non fa da sfondo: partecipa. Il suo silenzio secolare è la quinta voce della mostra.
Il sottotitolo — Osservatorio — aggiunge un’ulteriore tensione. Chi osserva chi? Gli artisti osservano il mondo, la Rocca osserva il territorio da secoli, i visitatori osservano le opere. Ma le opere osservano i visitatori. E il Monte Amiata, là fuori dalle feritoie, osserva tutto con quella sua pazienza geologica che rende ogni agitazione umana provvisoria e preziosa allo stesso tempo.
È una mostra che chiede lentezza. Non perché sia difficile — non lo è, o almeno non è difficile nel senso di ermetica — ma perché il mormorio si sente solo quando si smette di fare rumore. Quando ci si ferma. Quando si accetta che alcune cose non si lasciano afferrare ma soltanto sfiorare.
In un’epoca in cui la comunicazione culturale urla per farsi sentire, Mormorii sussurra. Ed è esattamente per questo che vale la pena avvicinarsi.


Pierluigi Piccini Assessore alla Cultura, Comune di Piancastagnaio





