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7 Ottobre 2026PalaOrlandi, un milione pubblico per risolvere i problemi di altri: la Curia vende, il privato resta in affitto, il Comune paga
di Pierluigi Piccini
Al Consiglio comunale di Siena l’acquisto del PalaOrlandi non era più all’ordine del giorno, eppure se ne è discusso per un’ora e mezza, dopo che il Pd era riuscito a far ammettere un’interrogazione urgente. Basterebbe questo a dire che la vicenda è tutt’altro che chiusa. La sindaca Fabio la definisce un’ipotesi, nessuna decisione presa. Ma l’operazione era scritta nel Documento unico di programmazione con l’obiettivo di chiudere entro novembre, e c’è già un business plan, emerso solo per rispondere all’opposizione. Un’ipotesi con il piano pronto e la scadenza fissata somiglia molto a una decisione che si preferisce non chiamare per nome.
Conviene allora guardare chi siede intorno al tavolo. Il palazzetto del Costone, a Montarioso, nel comune di Monteriggioni, è dell’Associazione Costone Ricreatorio Pio II, nata dal ricreatorio della parrocchia del Duomo e guidata da un sacerdote. L’associazione non riesce più a sostenerlo, ha un mutuo con il Monte dei Paschi che pesa, e lo ha messo in vendita rivolgendosi al Comune. Il terreno è della parrocchia del Duomo ed è compreso nel prezzo, un milione e cinquantamila euro. Il cardinale Lojudice, in Palazzo Pubblico per la festa di San Francesco, a margine ha auspicato che il Consiglio si metta d’accordo per agevolare l’acquisizione, dicendosi poi spettatore. Ma ha detto anche una frase che chiarisce tutto: la Chiesa deve avvalersi delle strutture, non affogare sotto di esse. È la comprensibile volontà di liberarsi di un peso. Solo che a toglierlo dalle spalle della diocesi sarebbero i contribuenti, e chi vende non dovrebbe sollecitare chi compra, tanto meno nel palazzo dove si decide.
Poi c’è chi il palazzetto lo usa. Emanuele Montomoli, presidente del Costone srl e fondatore di VisMederi, assicura che la sua società non ha interesse diretto perché è solo affittuaria, e non sa nemmeno dire da quanto tempo le rate del mutuo non vengano pagate. Nella stessa intervista però ammette che VisMederi avrebbe potuto comprare la struttura, cosa fattibile in termini finanziari, e ha scelto di non farlo. E aggiunge che se il Comune si tirasse indietro un acquirente privato si troverebbe di sicuro. Con queste parole cade l’argomento principale dell’operazione. Il PalaOrlandi non rischia di sparire: rischia, al massimo, di cambiare padrone. E un soggetto privato in grado di acquistarlo preferisce restare in affitto da un ente pubblico, che come proprietario è certamente il più comodo.
Sommando le tessere, il disegno è chiaro. Il Comune spenderebbe un milione per un immobile fuori dal proprio territorio, con problemi di viabilità da concordare con Monteriggioni e appartamenti e ambulatori vuoti di cui nessuno sa cosa fare, per sollevare un ente ecclesiale dai suoi debiti, pagare un terreno alla parrocchia e garantire una sede stabile a una società che potrebbe permettersela da sé. Restano senza risposta le domande poste in aula: chi attesta che il prezzo sia congruo, come si ripartisce tra palazzetto e terreno, quanto costerà gestire la struttura negli anni, perché per il palasport della Mens Sana si sia scelta un’altra formula. Dire che si pensa ai giovani non basta. I quattrocento ragazzi del Costone continuerebbero a giocare comunque, chiunque fosse il proprietario.
C’è perfino un’ironia nella data. Nel giorno del santo che si spogliò di ogni bene, anche la Chiesa senese chiedeva di spogliarsi di uno, con la differenza che Francesco donava, qui si vende e paga la città. Anche quando si difende un interesse legittimo, ci vuole dello stile nel fare. A un’amministrazione, però, si chiede qualcosa di più dello stile: spiegare perché il denaro di tutti debba risolvere i problemi di alcuni.





