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C’è un momento, nella vita di ogni istituzione, in cui le regole del gioco vengono rimesse in discussione proprio mentre si gioca. Alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena quel momento è adesso, e lo dico con la consapevolezza di chi ha vissuto abbastanza stagioni sienesi da riconoscere il profumo di questa aria.
Carlo Rossi, dopo due mandati, lascerà Palazzo Sansedoni in primavera. L’approvazione del bilancio 2024 sancirà la fine dell’attuale Deputazione Amministratrice, e il posto da numero uno tornerà vacante. Non è più il bancomat degli anni ruggenti, certo. Ma si distribuiscono ancora milioni sul territorio, e il prestigio rimane intatto. Quindi la corsa è aperta, i nomi circolano, e con i nomi circolano anche le tentazioni di aggiustare qualcosa prima che il dado cada.
Il pretesto è venuto dall’esterno. Il 28 ottobre 2025, in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio, il Ministro Giorgetti e il Presidente di ACRI Azzone hanno sottoscritto un addendum al Protocollo d’intesa del 2015 tra lo Stato e le fondazioni bancarie. Un documento in due parti: una finanziaria, l’altra di governance. Sul versante finanziario si eleva il tetto di possesso azionario nella banca conferitaria dal 33 al 44 per cento, misura che riguarda le grandi fondazioni i cui titoli bancari, premiati dai mercati, avevano già sforato il vecchio limite. Per Siena questo punto non morde: la quota in MPS è ormai residuale, quella partita è chiusa. È il secondo punto che conta. L’addendum apre la possibilità di prorogare i mandati di presidenti e organi di indirizzo da quattro a sei anni. Le fondazioni hanno dodici mesi per decidere se recepire la modifica nei propri statuti.
A Siena la Deputazione Generale ha scelto di congelare tutto fino all’insediamento del nuovo organo. Prudenza, si dirà. Forse. Ma la prudenza, in politica, ha quasi sempre un secondo nome. E il secondo nome, qui, è matematica.
Perché la matematica è il vero rimosso della discussione senese. Nelle prime due votazioni per eleggere il presidente della Deputazione Amministratrice serve una maggioranza qualificata di undici voti su quattordici. Al momento quella maggioranza non esiste: non c’è un candidato capace di raccogliere un consenso così largo, né una coalizione abbastanza compatta da arrivarci. I due nomi che circolano — l’ex presidente di MPS Pierluigi Fabrizi e l’imprenditore Tommaso Marrocchesi Marzi — rappresentano due fazioni opposte, e nessuna delle due, facendo i conti, arriva a quota undici. Lo statuto prevede una terza votazione a maggioranza assoluta, otto voti su quattordici. Ma nessuno vuole arrivarci: un presidente nato dalla conta è già, in partenza, un presidente dimezzato.
È in questo contesto che va letto il tentativo, poi sospeso, di modificare lo statuto. L’ho detto pubblicamente e lo ripeto: cambiare le regole mentre si decide il vertice rischia di essere percepito come un intervento funzionale alla contingenza, anche quando le modifiche siano formalmente legittime. Il ragionamento è semplice: se non hai i voti per eleggere il presidente, è molto improbabile che tu li abbia per modificare lo statuto. E se li avessi per lo statuto, quella stessa coalizione basterebbe a eleggere il presidente senza toccare nulla. L’impasse è circolare. Il congelamento ne è la conferma silenziosa.
C’è però un aspetto dell’addendum che merita attenzione indipendentemente dalle tattiche di palazzo. La questione dei “tornelli interni” — quei meccanismi per cui i medesimi nomi ruotano tra un organo e l’altro perpetuando reti di potere sotto mentite spoglie di ricambio — ha avuto rilievo nazionale con la vicenda della Cassa di Risparmio di Torino, dove il presidente ha denunciato pubblicamente patti occulti e logiche spartitorie tra i componenti degli organi. L’addendum introduce l’incompatibilità tra chi lascia un vertice della fondazione e chi assume incarichi nelle società strumentali dello stesso ente. Anche questo punto è rimasto congelato a Siena. Capisco le ragioni tattiche. Non le condivido.
Palazzo Sansedoni aspetta. Il 22 aprile, con l’approvazione del bilancio, il tempo scadrà. E i numeri — quelli della matematica assembleare, non della retorica istituzionale — diranno, come sempre, chi comanda davvero a Siena.





