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15 Marzo 2026Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Con una frase ad effetto si potrebbe affermare che Caravaggio è un pittore del Novecento. Sono gli storici dell’arte e i critici (e gli artisti) del secolo scorso che lo designano come uno dei più grandi pittori europei, facendo proprio il giudizio di Roberto Longhi, espresso più o meno cent’anni orsono, che ne trasse il nome dalla quasi dimenticanza nella quale il Settecento e l’Ottocento l’avevano relegato. La storia insegna che il corpus (quantitativamente contenuto) dei dipinti realizzati da Caravaggio nel corso d’un ventennio o poco più, morto il Merisi nel 1610, rapidamente è assimilato, codificato e da seguaci, imitatori e interpreti ripetuto, replicato e rivisitato fino ad attestarsi riconoscibile e divenire – temi, colori e luci – un canone compositivo, un espediente assiomatico e di pronto richiamo che si espande incontrando una sua vasta fortuna in tutta Europa per cinquant’anni e passa.
La riscoperta longhiana di Caravaggio accende di riflesso – come è facile intuire – l’attenzione sull’esercito molto degli artisti italiani, francesi, fiamminghi che operarono sulla sua scia e risveglia l’interesse sulla pletora di dipinti che si conservavano numerosi, sparsi in collezioni d’antiche famiglie gentilizie e in luoghi di culto, quadrerie private talvolta polverose e, talvolta, altari secondari in chiese di centri minori. Insomma, da cent’anni in qua, le tele caravaggesche sono tenute in una reputazione crescente.
Una rinnovata considerazione che non solo motiva curatori di musei e sovrintendenti, anima la nobile curiosità degli studiosi, ma risveglia l’universo dei collezionisti, degli amatori e (di conseguenza e contestualmente) attizza il mercato dell’arte che (si sa) è uso muoversi con una certa solerzia, nella fondata speranza di realizzare buoni e buonissimi affari, non sia mai emerga un dipinto autografo del maestro. Un commercio quello delle opere d’arte che, come di consuetudine, trova solidarietà convergenti trai gli ‘esperti’ e gli antiquari. Per quello che concerne i dipinti di Caravaggio (e di facitura caravaggesca) Roberto Longhi ne fu per decenni l’incontrastato giudice.
Quanto fin qui vengo esponendo si giustifica per almeno un motivo che reputo non di poco conto, un dato di fatto che segna la vicenda della esaltazione novecentesca del lascito di Caravaggio. Si tratta, accanto e parallelamente al riconoscimento della sua straordinaria elevatezza, del rapido dilagare, sull’onda di un apprezzamento e di un gusto che universalmente si diffonde, d’un fervore commerciale e speculativo costantemente perseguito, inteso ad attribuire al non ampio catalogo dei Caravaggio incontrovertibilmente autentici opere trattabili sul mercato. Opere autenticabili. Opere autenticate.
Un ritratto (olio su tela, cm 124 x 90) di monsignor Maffeo Barberini (1568-1644) all’età di circa trent’anni (sarà eletto al soglio pontificio nel 1623 col nome di Urbano VIII) dunque realizzato intorno al 1598 quando è nominato chierico della Camera Apostolica, è stato ritenuto ascrivibile alla mano di Caravaggio da Giuliano Briganti e poi, nel 1963, da Longhi. Ragioni stilistiche, certo, e una testimonianza di Giulio Mancini (1558-1630) circa i rapporti tra Maffeo Barberini e Caravaggio, costituirebbero la conferma d’una credibile esecuzione del ritratto ad opera di Caravaggio. Più tardi Federico Zeri non oppose obiezioni. Non sono mancate e perdurano tuttavia alcune perplessità riguardo all’attribuzione, come accade in simili casi.
Il Ministero della Cultura, per la non lieve cifra di trenta milioni di euro, a quel che si legge, ha acquisito questo dipinto allo Stato (notificato, dunque non esportabile) dall’antiquario fiorentino Enrico Frascione. Il ritratto si poteva osservare e confrontare con un secondo ritratto di Maffeo conservato a Palazzo Corsini, a Firenze, assai simile per concezione e del medesimo formato, esposto a Roma nei mesi scorsi a palazzo Barberini, che alcuni studiosi, seguendo Lionello Venturi, propendono ad attribuire anch’esso alla mano di Caravaggio.
Mi chiedo: acquistare per una cifra così esorbitante un ritratto attribuito al Merisi è saggia amministrazione del pubblico denaro? Risponderei senz’altro di no.





