
Agenzia matrimoniale Tajani & C.
21 Settembre 2026
di pierluigi piccini
L’incontro del 19 dedicato all’innovazione ha aperto una discussione, ed è un bene che sia così. Attorno a quella discussione, però, sono cresciuti in fretta alcuni equivoci: mezze verità, timori proiettati sulle parole, immagini evocate più dalla suggestione che dai fatti. Hanno tutti una radice comune. Nascono nel dibattito nazionale, dove parole come energia, data center o grande impresa portano con sé paure ormai codificate, e vengono poi calate così come sono su un territorio che ha invece una sua realtà precisa. È quella realtà a scioglierli uno dopo l’altro, ed è una sola: la geotermia.
Cominciamo dal nucleare, che a Piancastagnaio non ci sarà. Nel dibattito nazionale il nucleare viene evocato come risposta a un problema reale, quello di avere energia continua e programmabile, disponibile giorno e notte, che il sole e il vento da soli non garantiscono. È la questione del carico di base. Ma sull’Amiata quel problema non si pone, perché la geotermia è già la risposta. È una fonte rinnovabile che non conosce intermittenza ed eroga calore ed energia in modo costante, indipendente dalle stagioni e dalle ore. Fa esattamente ciò che al nucleare si chiederebbe di fare, senza portarsi dietro nulla di ciò che il nucleare comporta. Cercare fuori una soluzione costosa e ingombrante, per un problema che qui è già risolto in casa, sarebbe una contraddizione prima ancora che un errore.
La stessa geotermia rovescia anche il secondo timore, quello dell’acqua. Ovunque si rimprovera ai data center di consumare enormi quantità d’acqua per raffreddare le macchine. Qui questo non accade, e per una ragione precisa: sono proprio le nuove tecnologie ad avere bisogno della geotermia, perché è la geotermia a fare il raffreddamento, senza consumare acqua. Dove altrove c’è un problema idrico, qui c’è la soluzione. I due timori più diffusi, il nucleare e l’acqua, hanno così un’unica risposta, ed è la risorsa che questa terra possiede da sempre.
Lo stesso vale per l’idea, circolata, di una fabbrica di armi. Nell’incontro Macrì ha parlato di energia e di nuove tecnologie, e di nient’altro. Vale inoltre la pena ricordare che Leonardo è già presente ad Abbadia San Salvatore. La presenza sull’Amiata di un’impresa di quel rilievo non è una novità, ma un dato che appartiene da tempo al tessuto del territorio.
Che la geotermia sia una risorsa nostra non è soltanto un fatto tecnico, ma anche politico, e spiega la natura pubblica dell’operazione. Il distretto produttivo, se la Regione condividerà il progetto e la discussione è aperta e in corso, prevederà la presenza della società pubblica del Comune, oggi in fase di costituzione. Non è un dettaglio. Significa che la mano pubblica resta dentro l’operazione, come garante dell’interesse generale, e che uno sviluppo fondato su una risorsa del territorio resta governato dal territorio, non subìto.
Su questa base va letta anche la questione del lavoro, con l’onestà di dire le cose come stanno. Il data center, in sé, non occuperà molte persone: è la natura di queste infrastrutture. Ma attorno a un impianto del genere cresce l’occupazione indiretta, fatta di servizi, lavori e attività, ed è esattamente quello il distretto che immaginiamo. Misurarne il valore soltanto dal numero di chi lavora dentro l’edificio significherebbe fraintenderne la funzione economica.
C’è poi un fatto che va detto con chiarezza, ed è forse quello che più conta. Qui non si importa nulla dall’esterno, non si cala dall’alto un corpo estraneo su un territorio inerte. Le presenze ci sono già: la tradizione geotermica, le realtà industriali che questa terra ha saputo costruire, la pelletteria, e a poca distanza un’impresa come Leonardo. Il punto non è aggiungere un tassello sconosciuto, ma leggere insieme ciò che è già qui. Un territorio, infatti, può avere molte cose e restare comunque frammentato, con l’industria per conto suo, l’energia per conto suo, il lavoro e l’urbanistica ciascuno nel proprio recinto. Una somma di presenze non fa ancora un sistema.
Ciò che trasforma un insieme di elementi sparsi in un organismo è una direzione, una prospettiva che li tenga insieme e dia loro un senso comune. È questo che le nuove tecnologie e il distretto rappresentano: non un oggetto in più, ma il filo che lega ciò che era slegato. La geotermia smette di essere solo calore e diventa il motore attorno a cui industria, servizi e ricerca trovano una ragione condivisa. È qui la differenza tra governare uno sviluppo e subirlo. Un territorio senza visione vede le proprie risorse disperdersi, o sfruttate da altri e da altrove senza che nulla resti. Un territorio che ha una visione porta a sistema ciò che possiede, lo mette in relazione, lo orienta verso il futuro. E non è un disegno improvvisato: è la stessa logica del Piano Strategico, pensato come atto unico e organico, dove nessun settore vive isolato dagli altri.
È in questo passaggio, dal frammento alla forma, dalle cose che ci sono al progetto che le tiene insieme, che si gioca davvero la partita. Confrontarsi su tutto questo è legittimo e necessario, ma su basi oggettive: su ciò che c’è, non su ciò che qualcuno teme, o immagina, che ci sia.





