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16 Febbraio 2026
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16 Febbraio 2026Sulla chiesa delle Grazie
di Pierluigi Piccini
C’è una chiesa a Piancastagnaio che non mi esce dalla testa. Non è grande, non è famosa, non ha nulla di monumentale. Eppure insiste. Ritorna. La Madonna delle Grazie. Una facciata a capanna, due lesene di trachite, un portale che non alza la voce. Un edificio che non compete con nessuno e proprio per questo non teme confronti.
Il punto è il nome antico. Prima di chiamarsi Madonna delle Grazie, si chiamava Madonna del Tribbio. Del Trivio. Dell’incrocio. Qui convergevano tre strade — dalla porta di Borgo, dalla porta di Fontanella, verso le fonti di Voltaia e San Martino. Ma un trivio non è solo un dato topografico. È una struttura dell’esistenza. È il luogo in cui si decide. Dove lo spazio diventa scelta.
Prima ancora della chiesa, qualcuno piantò qui un tabernacolo. Un segno minimo, necessario. Il sacro non scese dall’alto: nacque dal bisogno di orientarsi. La devozione viene dopo il cammino. L’abitare comincia così, dove bisogna scegliere se salire verso la pietra o scendere verso l’acqua. Se fosse passato di qui Martin Heidegger, avrebbe forse corretto i suoi quattro elementi: non solo terra, cielo, divini e mortali, ma anche le strade che si incrociano e costringono a scegliere.
Poi ci sono gli affreschi. La piccola abside — volta a botte, rettangolare — rimase murata dietro l’altare maggiore per secoli. Generazioni hanno pregato davanti a un muro, senza sapere che oltre quella parete sopravviveva un intero cosmo teologico: la Madonna in trono entro una mandorla, una gloria di angeli, il Redentore con gli evangelisti, santi e martiri. Tutto sepolto. Riemerso nel 1936, restaurato nel 1977.
Il buio non fu oblio. Fu protezione. Sottrarre allo sguardo può essere un atto di custodia più radicale dell’esibizione. Quando quegli affreschi tornarono alla luce, Piancastagnaio non scoprì solo un’opera d’arte: scoprì una parte della propria memoria.
Il documento del 1468 parla chiaro: “Maestro Giovanni di Pietro da Orvieto dipintore della cappella del Tribio deve avere lire cento per sua fatica”. Da Orvieto, non da Siena. L’attribuzione umbro-orvietana degli affreschi spezza un automatismo geografico troppo comodo. L’Amiata non era periferia di nessuno: era zona di passaggio, di contaminazione, di incontro.
Nello stesso Quattrocento qui opera Francesco di Valdambrino — uno scultore immenso, legato per formazione e cultura figurativa all’ambiente senese del primo Quattrocento, ma capace di una sensibilità propria, più intima, più raccolta. I suoi Crocifissi e le sue Madonne non impongono, accompagnano. Anche qui non c’è imitazione: c’è trasformazione.
Due direzioni, due tradizioni, un unico monte. Proprio come le tre strade del Trivio.
E forse proprio per questo il Quattrocento di Piancastagnaio andrebbe finalmente messo a sistema. Non come orgoglio locale, ma come oggetto serio di studio. Lo Statuto che restituisce l’immagine di una comunità già strutturata; la presenza di Valdambrino; la cappella della Madonna del Trivio con il documento del 1468; il piccolo ospedale legato al Santa Maria della Scala con un Crocifisso di rilievo; la conclusione della fabbrica del convento francescano; la ridefinizione degli spazi religiosi e civili del paese e altro ancora che attende di essere letto non come episodio isolato ma come parte di una stagione coerente.
Non frammenti sparsi, ma indizi convergenti. Ci sono materiali sufficienti per un lavoro archivistico e storico-artistico organico, capace di restituire al territorio la densità del suo Quattrocento. Non per nostalgia, ma per comprensione.
La Madonna del Trivio resta lì, all’incrocio. Non chiede appartenenze. Non si lascia ridurre a una provincia. Offre riparo e memoria. E se ci si ferma abbastanza a lungo, insegna che l’identità non nasce dall’essere periferia di qualcuno, ma dall’essere luogo di incontro.
The Madonna of the Crossroads
On the Church of the Grazie in Piancastagnaio
by Pierluigi Piccini
There is a church in Piancastagnaio that does not leave my mind. It is not large, not famous, not monumental in any way. And yet it persists. It returns. Madonna delle Grazie. A simple gabled façade, two trachyte pilasters, a portal that does not raise its voice. A building that competes with no one and, precisely for that reason, fears no comparison.
The point is its ancient name. Before it was called Madonna delle Grazie, it was Madonna del Tribbio. Del Trivio. Of the crossroads. Three roads converged here — from Porta di Borgo, from Porta di Fontanella, toward the springs of Voltaia and San Martino. But a crossroads is not merely a topographical fact. It is a structure of existence. It is the place where one decides. Where space becomes choice.
Even before the church, someone placed a small tabernacle here. A minimal, necessary sign. The sacred did not descend from above: it arose from the need to orient oneself. Devotion comes after the journey. Dwelling begins in this way, where one must choose whether to climb toward the stone or descend toward the water. Had Martin Heidegger passed through here, he might have revised his fourfold: not only earth, sky, divinities, and mortals, but also the roads that intersect and compel us to choose.
Then there are the frescoes. The small apse — rectangular, with a barrel vault — remained walled up behind the high altar for centuries. Generations prayed before a wall, unaware that beyond it an entire theological cosmos survived: the Madonna enthroned within a mandorla, a glory of angels, the Redeemer with the Evangelists, saints and martyrs. All buried. Brought back to light in 1936, restored in 1977.
The darkness was not oblivion. It was protection. To withdraw something from sight can be a more radical act of care than exhibition. When those frescoes returned to the light, Piancastagnaio did not simply rediscover a work of art; it rediscovered a part of its own memory.
The document of 1468 is explicit: “Maestro Giovanni di Pietro da Orvieto, painter of the chapel of the Tribio, must receive one hundred lire for his labor.” From Orvieto, not from Siena. The Umbrian–Orvietan attribution of the frescoes breaks a geographical automatism that is far too convenient. The Amiata was no one’s periphery: it was a zone of passage, of exchange, of encounter.
In the same fifteenth century, Francesco di Valdambrino worked here — a remarkable sculptor, formed within the Sienese milieu of the early Quattrocento, yet capable of a distinct sensibility, more intimate, more restrained. His Crucifixes and Madonnas do not impose; they accompany. Here again there is no imitation, but transformation.
Two directions, two traditions, one single mountain. Just like the three roads of the Trivio.
And perhaps for this very reason, the Quattrocento of Piancastagnaio should finally be considered as a coherent whole. Not as local pride, but as a serious object of study. The Statute that reveals a community already structurally defined; the presence of Valdambrino; the chapel of the Madonna del Trivio with the 1468 document; the small hospital linked to Santa Maria della Scala with a significant Crucifix; the completion of the Franciscan convent; the redefinition of the town’s religious and civic spaces; and much else that awaits interpretation — not as isolated episodes, but as part of a coherent season.
Not scattered fragments, but converging clues. There is sufficient material for an organic archival and art-historical study capable of restoring to the territory the full density of its fifteenth century. Not for nostalgia, but for understanding.
The Madonna del Trivio remains there, at the crossroads. It asks for no allegiances. It refuses to be reduced to a province. It offers shelter and memory. And if one lingers long enough, it teaches that identity is not born from being someone’s periphery, but from being a place of encounter.





