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21 Ottobre 2026Pierluigi Piccini a Radio Kappa: com’era Siena quando funzionava, perché si è fermata e cosa può insegnarle un paese dell’Amiata
Versione semplificata e liberamente riscritta, tratta dall’intervista rilasciata a Radio Kappa nella trasmissione Il Gavinone. Le parole sono più semplici, ma i contenuti sono quelli dell’intervista originale.Ospite del Gavinone è Pierluigi Piccini, sindaco di Siena negli anni Novanta. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la città di ieri e quella di oggi, senza giri di parole.
Lei è stato sindaco negli anni Novanta. Che anni erano?
Anni in cui ci siamo accorti di una cosa sorprendente: Siena, una città piccola, era tornata in partita nel mondo. E allora abbiamo provato a cambiare parecchie cose.
Chi le ha insegnato il mestiere?
Mazzoni della Stella, che è stato sindaco prima di me, e Sergio Bindi, che è stato vicesindaco. Da loro ho imparato a fare l’amministratore. Però io guardo sempre avanti: le decisioni le prendo pensando a come sarà la città fra dieci anni, non a come era cinquant’anni fa.
Perché proprio negli anni Novanta Siena è tornata in partita?
Perché in quel periodo cambia il modo in cui si fanno i soldi. Prima la ricchezza veniva dalle fabbriche, e Siena fabbriche non ne aveva. Negli anni Novanta, invece, la ricchezza comincia a passare da tre cose: la finanza, la tecnologia e la cultura. Noi avevamo una banca importante, il Monte dei Paschi, un’università forte e un grande patrimonio artistico. Ci mancava solo la tecnologia, e allora abbiamo portato la fibra ottica in città quando quasi nessuno sapeva cosa fosse. Il punto era che banca, università e Comune lavoravano insieme, non ognuno per conto suo. È così che nasce, per esempio, la grande mostra su Duccio.
E dopo?
Dopo io sono andato in Francia per tredici anni, e da lì ho visto Siena cambiare. Negli anni Duemila la città si è chiusa: ognuno pensava al proprio orticello e si è smesso di costruire insieme.
Lei sta scrivendo una tesi di laurea sul Palazzo delle Papesse. Cos’era?
Un museo di arte contemporanea aperto nel cuore della Siena medievale. Arrivavano artisti che non c’entravano niente con la tradizione, come Kounellis, e qualcuno si arrabbiava. Era proprio quello il bello: uno strappo. Quando rompi le abitudini nascono idee nuove. Se invece ripeti sempre le stesse cose, ti senti al sicuro ma resti fermo.
Si dice che i senesi siano gente complicata. È vero?
Direi che Siena è un po’ innamorata di se stessa. Le piace guardarsi allo specchio e fa fatica ad accettare la realtà quando non le piace. Un esempio: quando il Monte dei Paschi ha comprato Mediobanca, molti senesi hanno festeggiato, come se fossero tornati i tempi d’oro. Ma era come un pesce piccolo che ingoia un boccone troppo grande: la banca è finita dentro giochi più grandi di lei e ne ha pagato le conseguenze.
Lei usa un’immagine: la Siena del Faber e la Siena della Diana. Ce la spiega?
I senesi del Medioevo erano convinti che sotto la città scorresse un fiume nascosto, la Diana. L’hanno cercato per secoli e non l’hanno mai trovato. La Diana è il sogno della ricchezza che arriva da sola, senza fatica. Il Faber, invece, sono i bottini, le gallerie scavate a mano sottoterra per portare l’acqua in città. Finché Siena ha scavato i suoi bottini, cioè ha lavorato sul serio nell’ospedale, nell’università e nella banca, è stata forte. Quando ha cominciato ad aspettare la Diana, cioè a vivere di rendita, è andata in crisi.
Siena può tornare come prima?
Come prima no. Ma può rialzarsi, perché ha qualcosa che poche città al mondo hanno. Serve però un gruppo di persone capaci, che lavorino sodo per dieci anni. E serve rompere certi gruppi di potere che stanno fuori dalle istituzioni e pensano a se stessi, non alla città.
Su cosa dovrebbe puntare?
Prima di tutto sull’università: è il posto dove si fa ricerca, dove nascono le idee. Poi deve entrare nel mondo di oggi restando se stessa, senza copiare gli altri. Invece oggi vedo feste di Natale e d’estate che sembrano uscite dagli anni Ottanta, dalla televisione di Berlusconi. Si cerca di far contenta la gente, ma così la città non cresce.
Lei oggi lavora a Piancastagnaio, sull’Amiata. Com’è la vita lì?
Lì la gente ha voglia di fare, il lavoro c’è ancora. Piancastagnaio ha 3.800 abitanti e circa 3.500 posti di lavoro: vengono a lavorare da tutti i paesi intorno. E abbiamo la geotermia, cioè il calore della terra che diventa energia pulita e continua. Ci chiedono di aprire nuove aziende, ma ci manca lo spazio. Per questo stiamo creando un distretto produttivo: aziende che lavorano insieme, usano le tecnologie nuove e magari anche l’intelligenza artificiale, alimentata dall’energia che viene dal nostro sottosuolo.
Pensa di essere stato l’ultimo sindaco a cambiare davvero Siena?
Dopo di me ho visto soprattutto ripetere le stesse cose. Pensa alle lupe della città: per secoli si sono fatte copie delle copie. Poi Vangi ne ha fatta una nuova, in Postierla, e a qualcuno non è piaciuta. Ma è stata la prima lupa davvero nuova dopo tanto tempo. Ripetere ti fa sentire tranquillo, ma non ti porta da nessuna parte.
E il Palio? Lei non è senese.
Ho ascoltato tanto i senesi, soprattutto i capitani delle contrade, e da loro ho imparato tanto. Il Palio è come un animale: non lo puoi domare del tutto, devi rispettarne l’istinto. Non lo capisci con i libri o con le leggi, lo capisci con la pelle, con il corpo, stando in mezzo alla gente. Chi pensa di gestirlo come un qualunque evento moderno sbaglia, perché il Palio funziona con regole antiche, non scritte, che tutti accettano.
È cambiato?
Un po’ sì. Io sono dell’Aquila e quest’anno mi è andata bene. Ma quando un solo fantino riesce a condizionarne sette o otto, l’equilibrio si rompe. E il Palio vive proprio di quell’equilibrio.
Grazie, Pierluigi.
Grazie a voi.





