Tre articoli, un’unica analisi: tra linguaggio dell’annuncio, statuto e il tema del RUNTS mai davvero affrontato
Pierlugi Piccini è uno che scrive molto. Scrive di tante cose. Ma, anche quando i suoi articoli escono a distanza di tempo, si capisce che seguono un filo preciso.
Mi è capitato rileggendo insieme tre suoi interventi sul Santa Maria della Scala. È un tema che gli sta a cuore, ed è comprensibile: quando era amministratore ci ha lavorato a lungo, con impegno e passione. E quella passione non si è spenta.
Se si leggono quei tre articoli uno dopo l’altro, si capisce meglio il senso del suo discorso. Nel primo parla del linguaggio usato in questi mesi: parole grandi, rassicuranti, come “rilancio”, “nuova fase”, “atto strutturante”. Parole che suonano bene, che creano un clima positivo, ma che spesso non spiegano davvero cosa cambierà e come.
Nel secondo articolo entra nella questione dello statuto. Non lo difende per partito preso. Lo legge. Spiega cosa prevedeva davvero: la possibilità di far entrare soggetti pubblici e privati, strumenti per collaborare anche a livello europeo, regole per rendere la Fondazione più autonoma. Il suo punto è semplice: lo statuto non era un muro. Era uno strumento che poteva evolvere.
Ed è qui che torna un tema che lui richiama più volte: il RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Piccini non ne parla per fare polemica e nemmeno per dire “avrei fatto così”. Lo cita per ricordare che quella strada esisteva. L’iscrizione al RUNTS avrebbe significato più trasparenza, regole chiare di gestione, controlli esterni, possibilità di accedere a finanziamenti e di coinvolgere davvero soggetti sostenitori. Avrebbe aiutato a rendere il Santa Maria meno dipendente dal controllo diretto del Comune e più autonomo, pur dentro un sistema di regole.
Piccini non si propone come alternativa a chi governa oggi. Conosce le regole dei rapporti di forza in politica. Non entra nelle scelte operative. Non attacca. Ma continua a ricordare che quegli strumenti c’erano. In questo senso il suo ruolo sembra essere quello di tenere aperta la questione. Di non far dimenticare che alcune possibilità non sono state percorse.
Nel terzo articolo parla di numeri, di modello gestionale, di prospettive. Dice una cosa molto semplice: un’istituzione culturale non vive di annunci, ma di equilibrio tra missione, organizzazione e sostenibilità economica. Non bastano le parole. Servono scelte concrete.
Letti insieme, questi tre articoli non sono interventi sparsi. Sono un ragionamento unico. Non cercano di convincere a tutti i costi. Cercano di riportare il discorso sui fatti: cosa prevedeva lo statuto, quali strumenti erano già disponibili, quali decisioni sono state prese e quali no.
Alla fine la domanda è chiara: che modello si vuole per il Santa Maria della Scala? Un’istituzione strettamente legata all’amministrazione comunale, oppure un soggetto più autonomo, con regole precise e una governance più ampia?
Piccini non dà una risposta definitiva. Ma continua a fare una cosa importante: non lasciare che il tema si chiuda dentro slogan e annunci. E, a volte, anche questo è un modo di contribuire al dibattito.






