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24 Gennaio 2026
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24 Gennaio 2026Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Intendo sottolineare un aspetto non secondario, e più volte richiamato dalla critica, riguardo ai dipinti che più compiutamente ci pongono innanzi alla poetica di Edward Hopper (1882-1967): essi mostrano come la sua pittura trovi un riscontro nell’arte cinematografica coeva. Quasi spontaneamente, ti avvedi di osservare quegli olii su tela come fossero il fermo immagine d’una sequenza filmica. Questa recezione ‘cinematografica’ delle tele di Hopper comporta conseguenze che meritano d’essere rilevate. Innanzi tutto in essa si afferma l’insita istanza narrativa che muove l’ispirazione di Hopper. Lo si appura bene quando si osservano opere sue assai significative realizzate a far data dagli anni Venti e che si attestano come i raggiungimenti, poetici e formali, ai quali Hopper si atterrà poi sempre fedelmente nel corso della sua successiva ricerca.
Si prenda in esame, datato 1926, Eleven A. M. (Le undici di mattina, olio su tela, cm 71,4 x 91,8; Washington, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution). Seduta su una poltrona, nuda, i gomiti appoggiati alle ginocchia, una mano nell’altra, ai piedi scarpette attillate, il profilo del volto coperto da una folta capigliatura fulva che le scende tra le braccia sul seno, davanti al vetro della finestra che accoglie la luce del sole, una giovane donna è intenta a guardare il caseggiato di fronte che appena, di scorcio, si intravede.
Vien da chiedersi: non è forse questa immagine l’unico fotogramma che ci viene offerto d’una pellicola che non ci è stato possibile vedere proiettata sullo schermo? Ci si domanda quanto possa essere fin qui successo alla donna e che cosa le aspetta e se c’è un motivo, e quale, che ora, alle undici della mattina, la tiene, nuda ancora, in poltrona davanti alla finestra. Del suo appartamento? D’una stanza d’albergo? Con queste domande noi, senza quasi accorgercene, trasformiamo il dipinto che di fatto raffigura, semplicemente, un nudo di donna nella immagine che ci presenta un personaggio e cioè, in questo caso, nella protagonista di, azzardiamo un titolo quale che sia, Storia d’una donna nuda.
Altre celebri tele di Hopper possono fornire adeguati spunti ad imbastire, per chi volesse abbandonarsi al piacere di un gioco senz’altro attraente, episodi e vicende della nostra Donna nuda. Mi limito (è solo un esempio tra i molti possibili) ad accostare a Eleven A. M. un quadro del 1931 Hotel Room (Stanza d’albergo, Olio su tela, cm 152, x 165,7; Madrid, Museo Thissen-Bornemisza).
Una valigia, una borsa, un paio di scarpe col tacco alto accanto al letto, il vestito leggero che si è appena tolta l’ha appoggiato sul bracciolo d’una poltrona. Lei si è lasciata indosso soltanto un corpetto rosa. Le copre il seno, ma le lascia scoperta la pancia. È seduta sulla sponda del letto che non ha ancora disfatto. Solo ha ripiegato la coperta e l’ha arrotolata. Certo è giunta da poco in questa stanza d’albergo.
Valigia e borsa sono ancora chiuse. Hopper l’ha posta qui più o meno nella stessa posizione di quella mattina alle undici. Si è tagliata i capelli che ora ha corti. E anche il profilo ora ne possiamo scorgere che, tuttavia, resta in ombra. Non è illuminato dalla luce bianca che cade sul bianco lenzuolo, luce che dà rilievo e rotondità alle sue cosce nude e si depone sulle mani di lei: entrambe reggono il foglio d’una lettera che, immobile, pensosa, sta leggendo. Chi le scrive? E cosa? Si accende di nuovo la nostra curiosità. Hotel Room, un secondo fotogramma, ma altrettanto insufficiente a compiere la narrazione che Hopper si vieta di svolgere per noi. Hopper ha dichiarato che il suo unico interesse è di pittore, e non è non già quello che farebbe di lui una sorta di narratore per immagini. Diceva: «Tutto quello che volevo fare era dipingere la luce del sole sul lato di una casa».
Quello che è certo è che Hopper nel corso di oltre quarant’anni ha dipinto le fattezze muliebri di un’unica modella, Josephine Verstille Nivison, sua moglie. Mi piace pensare che la sequenza dei ritratti di Jo componga, secondo le regole del montaggio cinematografico, il racconto della donna che abbiamo sorpreso nuda davanti a una finestra una mattina, alle undici.





