È stata lei, la figlia dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a chiamare Meloni, come gesto di conforto reciproco e di riconoscenza. Si sono ritrovate dalla stessa parte, sconfitte. In una battaglia in cui avevano scommesso tanto, per ragioni diverse. L’unica vera riforma che avrebbe potuto rivendicare questo governo ha convinto Meloni a impegnarsi direttamente nella sfida mediatica a favore del Sì. L’omaggio al padre, il progetto politico di una vita che si sarebbe realizzato almeno in parte, è stato invece il motore sentimentale dell’investimento di Marina. La manager è rimasta profondamente amareggiata dal risultato, ancor di più nel leggere che nel centrodestra è stata proprio Forza Italia, che aveva la paternità della riforma, a perdere consensi più degli altri, a vantaggio del No. Le è sembrato quasi «paradossale» che fosse stato Fratelli d’Italia a guidare la campagna elettorale, con Meloni in primissima linea e infaticabile negli ultimi giorni. Marina, da quanto filtra tra le fonti parlamentari e di Palazzo Chigi, glielo ha riconosciuto durante il loro colloquio.
La telefonata è stata anche il preludio alla resa dei conti dentro i due partiti. Marina ha spiegato quanto fosse necessario adesso «un cambio di passo» nella classe dirigente azzurra. Ed è successo. Via Maurizio Gasparri, capogruppo in Senato. Un messaggio rivolto ad Antonio Tajani. Pagano i suoi fedelissimi: la prossima volta potrebbe toccare a Paolo Barelli, presidente dei deputati di FI, e cognato del leader. Con un’immagine tanto efficace quanto brutale, un dirigente che chiede di restare anonimo la definisce la strategia della lama a doppio filo: al primo passaggio levi la barba, al secondo completi la rasatura.
Non è confermato che Meloni sia stata informata dei dettagli di quest’operazione personalmente da Marina, anche se, vista la tempistica, è verosimile immaginarlo. Lo scossone di un partito come FI che esprime il vicepremier e ministro degli Esteri provoca effetti sulla tenuta dell’esecutivo che vanno governati. Ed è proprio per questo che la presidente di Fininvest non vuole – per il momento – arrivare a dare il colpo fatale a Tajani. Il “regicidio” è un’opzione valutata, ma che ora non converrebbe a nessuno. Con argomenti molto simili, anche Meloni ha fatto in modo di far sapere a Marina che detronizzare Tajani potrebbe scatenare una crisi di governo. Un tema che la premier sa può toccare cuore e tasche dei fratelli Berlusconi, convinti che FI, dentro l’esecutivo come socio di maggioranza e di pari grado, tenga protetti gli affari delle aziende. La telefonata è servita implicitamente anche a questo: a sondare l’aria, per capire se davvero tutto possa collassare. Chi ne è stato informato, lo descrive come un colloquio cortese. Le due continuano a non fidarsi l’una dell’altra. E il loro rapporto è una storia che meriterebbe un racconto a parte: una è una leader politica, romana, che veste l’epica della figlia della Garbatella, il vanto della parlata popolare, dei modi spicci; l’altra è un’imprenditrice, milanese, figlia di un uomo che è stato un’epoca, cresciuta in una borghesia aristocratica, dai modi garbatissimi ed eleganti, quasi timidi, come ha mostrato nella clip dei The Journalai che l’hanno seguita fino al seggio, il giorno del voto. Marina B. mantiene una distanza, per indole, Meloni invece è diffidente perché teme che un altro Berlusconi possa seguire le orme paterne in politica. Pier Silvio ci pensa, nonostante i dubbi della secondogenita.
Nel frattempo, si studiano alternative sulla leadership. E di fronte a quanto sta accadendo il primo interrogativo è proprio sui ruoli. Marina si muove da padrona di Forza Italia. È il partito fondato dal padre, ereditato da Tajani, ma vivo e vegeto grazie soprattutto ai finanziamenti dei Berlusconi. Ieri questo cortocircuito è emerso con prepotenza. Nel partito si racconta di uno sfogo del segretario azzurro al telefono: «Ditemi se c’è ancora fiducia altrimenti tolgo il disturbo». Marina gliel’ha rinnovata pubblicamente ma è indubbio che ormai sia in atto un commissariamento.
I Berlusconi vogliono un partito rinnovato, nei volti, nei temi, con più personalità, meno gregario rispetto a Meloni. Il governatore della Calabria Roberto Occhiuto si è giocato le sue chance, ma pare sia calato nelle preferenze di Marina, che non ama chi si fa vanto di sentirla spesso. Resta il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. Anche se negli ultimi mesi la manager ha molto apprezzato il lavoro di Giorgio Mulè, da lei voluto come portavoce della campagna per il Sì. Le è piaciuto in televisione, come argomentava e come pacatamente ha messo in un angolo il magistrato Henry John Woodcock. Per dire, è a lui, e non a Tajani, che lei si è rivolta quando ha avuto bisogno di mettersi in contatto con ministri di FdI. E non guasta che l’ex direttore di Panorama sia anche stato un suo dipendente.







