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Presidente,
le trasformazioni in atto attorno a Monte dei Paschi non sono una vicenda circoscritta al destino di un istituto storico. Esse parlano, più in profondità, della capacità della Toscana di governare i passaggi strategici che ridisegnano la propria struttura economica. Quando una grande banca cambia assetto, non si muove solo il capitale: si spostano equilibri, competenze, prospettive di sviluppo.
È in questi momenti che una Regione è chiamata a esercitare la propria funzione più alta — non quella amministrativa, ma quella di indirizzo.
Il consolidamento del sistema bancario europeo sta producendo una progressiva concentrazione delle funzioni decisionali nelle aree più forti e attrattive. Non è un processo nuovo, ma oggi appare accelerato. Per questo la Toscana non può limitarsi a osservare. Deve scegliere se accompagnare queste dinamiche oppure orientarle dentro un disegno riconoscibile.
La vera questione non riguarda soltanto dove resteranno le sedi, ma quale ruolo la Regione intenda svolgere nella costruzione di un ecosistema capace di sostenere finanza, innovazione, alta formazione e servizi avanzati. Le grandi istituzioni finanziarie tendono naturalmente a gravitare dove trovano infrastrutture efficienti, capitale umano qualificato e contesti competitivi. Creare queste condizioni è, prima di tutto, una responsabilità pubblica.
In questa cornice più ampia si colloca anche Siena, che merita uno sguardo attento. Non per ragioni nostalgiche, né per difendere simboli del passato, bensì perché i territori che ospitano funzioni strategiche rappresentano un patrimonio regionale. Disperdere questo valore significherebbe indebolire l’intero sistema toscano.
Il punto, Presidente, è evitare che le trasformazioni producano nuove marginalità. Una regione equilibrata non è quella che concentra tutto in pochi poli, ma quella che costruisce complementarità tra le proprie città, valorizzandone le vocazioni senza sovrapposizioni né gerarchie implicite.
Oggi più che mai servirebbe una regia capace di anticipare gli assetti futuri: rafforzare i collegamenti materiali e digitali, sostenere l’integrazione tra università e sistema produttivo, favorire l’insediamento di funzioni ad alto valore, attrarre investimenti coerenti con le traiettorie europee. Non si tratta di proteggere un territorio, ma di evitare che la geografia economica venga decisa altrove.
Le grandi transizioni hanno una caratteristica costante: premiano le istituzioni che arrivano prima e rendono irrilevanti quelle che inseguono.
La Toscana, nella sua storia recente, ha spesso dimostrato senso dell’equilibrio e capacità di programmazione. Questa è un’occasione per confermare quella tradizione. Perché se è vero che il mercato ridisegna gli spazi economici, è altrettanto vero che la qualità della politica può ancora fare la differenza tra un territorio che subisce e uno che guida.
Più che una sollecitazione, questa vuole essere una riflessione affidata alla responsabilità delle istituzioni regionali. Le partite strategiche raramente annunciano il loro momento decisivo: semplicemente accadono. Ed è allora che si comprende se una comunità era pronta.
Con uno sguardo attento a Siena, ma con l’interesse generale della Toscana come orizzonte.





