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18 Gennaio 2026
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18 Gennaio 2026Quando la solidarietà si ritrae: Iran, Venezuela e l’errore di regalare la scena a Trump
C’è un errore che l’Occidente liberale ha già commesso, e che oggi rischia di ripetere. È l’errore di leggere una rivolta interna attraverso la lente della geopolitica, di trasformare una mobilitazione popolare in una partita tra potenze, finendo per svuotarla del suo significato politico reale. È successo in Venezuela. Sta succedendo di nuovo con l’Iran.
In entrambi i casi, il primo movimento è sempre lo stesso: il regime sotto pressione riduce le proteste a un complotto esterno. In Venezuela, ogni forma di dissenso è stata per anni raccontata come un’operazione americana. In Iran, oggi, la repressione viene giustificata accusando Stati Uniti e Israele di manovrare la piazza. Questa narrazione non serve solo a legittimare la violenza interna; serve anche a parlare all’esterno, soprattutto a un’Europa politicamente fragile, dove una parte consistente del campo progressista reagisce con sospetto automatico a tutto ciò che può essere ricondotto all’influenza occidentale.
Qui nasce il cortocircuito. Per paura di “fare il gioco” di Washington, si finisce per non fare nulla. Per timore di essere associati a politiche interventiste, si arretra anche sul terreno della solidarietà democratica. Così, invece di smontare la propaganda dei regimi, la si rafforza.
Nel caso venezuelano, l’iper-esposizione di Donald Trump è stata decisiva. Tweet, ultimatum, sanzioni usate come strumenti di propaganda hanno permesso a Maduro di riscrivere una crisi sociale devastante come uno scontro tra sovranità nazionale e imperialismo. Il risultato non è stato l’indebolimento del regime, ma la sua ricompattazione, mentre milioni di cittadini venivano spinti all’esodo e l’opposizione interna perdeva spazio e credibilità.
Oggi lo stesso schema rischia di ripetersi con l’Iran. Ogni volta che la mobilitazione iraniana viene letta come un riflesso delle strategie americane o israeliane, si compie un doppio errore: si delegittimano i soggetti reali della protesta e si assegna a Trump – o a figure analoghe – un ruolo politico che non dovrebbe avere. Non perché gli interessi occidentali non esistano, ma perché la loro centralità narrativa diventa il miglior alleato del regime che reprime.
Il punto non è rimuovere la storia delle interferenze occidentali, che è reale e documentata. Il punto è evitare che quella storia diventi una chiave interpretativa totale, capace solo di produrre paralisi. In Venezuela, questa paralisi ha generato anni di ambiguità, di “né con il regime né con l’imperialismo”, che nella pratica hanno lasciato il campo libero alla repressione. In Iran, il rischio è identico: il vuoto politico esterno diventa la prova che il regime usa per dimostrare l’isolamento dei manifestanti.
C’è un filo rosso che lega questi casi: quando una rivolta viene completamente geopoliticizzata, i diritti scompaiono. Le persone reali – lavoratori, donne, studenti, cittadini impoveriti – diventano comparse di uno scontro che non hanno scelto. E chi dovrebbe difendere la libertà si rifugia in una prudenza che assomiglia sempre più a una rinuncia.
La lezione del Venezuela dovrebbe essere chiara. Lasciare che figure come Trump occupino il centro simbolico della scena significa spostare il conflitto dal terreno dei diritti a quello delle bandiere. E su quel terreno, a vincere, sono quasi sempre i regimi autoritari.
Per l’Iran esiste ancora un’alternativa: separare con nettezza la solidarietà democratica dall’interventismo, togliere a Trump e ai suoi epigoni qualsiasi funzione di rappresentanza della libertà, e ricostruire un campo occidentale capace di sostenere le mobilitazioni senza trasformarle in pedine. In Venezuela questa scelta non è stata fatta. Il prezzo lo si è visto. Oggi, almeno, sappiamo quale errore evitare.





