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17 Gennaio 2026Quando la violenza diventa linguaggio
Ciò che rende questa vicenda così inquietante non è solo la gravità del gesto, ma il luogo in cui prende forma: una scuola. Un bagno scolastico, spazio quotidiano e apparentemente neutro, trasformato in una superficie di intimidazione. Una lista di nomi scritta su un muro non è una bravata né una provocazione: è un atto di dominio, un messaggio di potere che riduce le persone a bersagli.
Definirla “lista stupri” non è una forzatura. È la rappresentazione di un immaginario che circola e si rafforza, in cui la violenza non ha bisogno di compiersi per essere reale. Basta evocarla, renderla plausibile, inscriverla nello spazio comune. È in questa anticipazione della violenza che si annida la sua forza.
La risposta immediata della scuola è un segnale importante, ma non può bastare. Considerare l’episodio come un fatto isolato significherebbe non coglierne la radice. Qui non siamo di fronte a una deviazione individuale, ma a un clima culturale che legittima linguaggi aggressivi e relazioni fondate sulla sopraffazione. È il segno di un’educazione sentimentale fragile, incapace di riconoscere l’altro come soggetto.
Colpisce, soprattutto, l’età dei protagonisti. Quando simili gesti emergono così presto, vuol dire che modelli violenti e sessisti vengono assorbiti molto prima di quanto si voglia ammettere. Dalla rete, dai linguaggi quotidiani, dalla banalizzazione dell’insulto. Pensare che basti un intervento occasionale è illusorio: servono continuità, responsabilità adulta, una scuola che non abbia timore di nominare le cose e di affrontarle.
Non è solo una questione di sicurezza o di regolamenti. È una questione di civiltà, di relazioni, di libertà. Accettare che la violenza diventi un linguaggio disponibile significa arretrare tutti. Per questo l’indignazione, da sola, non basta. Occorre fermarsi, capire, intervenire. Perché ciò che appare su un muro nasce molto prima di quel muro, e chiama in causa un’intera comunità.





