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Di Pierluigi Piccini
L’indignazione e la vergogna per quanto accaduto nei giorni scorsi all’Istituto Sarrocchi non hanno fermato gli stupidi. Anzi. Dopo il clamore suscitato dalla cosiddetta “lista degli stupri”, dopo gli appelli pubblici, le prese di posizione ufficiali, le parole – tante – sulla cultura del rispetto, qualcuno ha pensato bene di tornare a colpire.
In un bagno della scuola è comparsa una nuova scritta. Un insulto sessista, violento, mirato contro una studentessa del primo anno. Un nome, un marchio, una ferita. La ragazza, appena scoperto l’accaduto, è scoppiata a piangere e ha chiamato la madre. È da questo dettaglio che bisogna partire: dalla fragilità improvvisamente esposta, dall’umiliazione che si consuma in pochi secondi ma resta addosso a lungo.
Questo episodio è doppiamente grave. Non solo per ciò che dice, ma per quando avviene. Succede dopo. Dopo lo scandalo, dopo la condanna unanime, dopo la promessa collettiva di “fare di più”. È una sfida aperta: alle istituzioni scolastiche, alle famiglie, agli adulti tutti. È il segnale che qualcuno ha letto l’indignazione come rumore di fondo, non come limite invalicabile.
La madre ha fatto ciò che andava fatto: denuncia alle forze dell’ordine. La dirigente scolastica ha garantito sostegno e ha rimosso immediatamente la scritta. Atti dovuti, necessari. Ma non sufficienti. Perché qui non siamo davanti a una bravata isolata, bensì a un clima. A una cultura che continua a riprodursi negli spazi dell’anonimato, dove l’odio si sente protetto.
C’è un punto che va detto con chiarezza: le giornate contro la violenza non bastano. I comunicati non bastano. L’indignazione, da sola, non educa. Serve un lavoro continuo, serio, scomodo. Serve parlare di linguaggio, di potere, di corpo, di consenso. Serve coinvolgere davvero le famiglie. Serve che la comunità adulta smetta di pensare che “non riguarda mio figlio”.
Chi ha scritto quell’insulto non è solo uno stupido. È il prodotto di un vuoto educativo che riguarda tutti. E finché non lo riempiamo, con responsabilità e coerenza, altri nomi continueranno a comparire sui muri. E altre ragazze continueranno a piangere nei bagni delle scuole.





