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In molte società europee riemerge un segnale che non andrebbe mai ignorato: gruppi di cittadini sentono il bisogno di ridurre la propria visibilità per timore di insulti o aggressioni. Non è soltanto un problema di sicurezza. È il segno che lo spazio pubblico sta smarrendo le garanzie fondamentali che dovrebbero valere per tutti. Quando qualcuno rinuncia a manifestare liberamente la propria identità religiosa o culturale, significa che il patto democratico ha iniziato a incrinarsi.
Questo clima non nasce dal nulla. Una parte della politica ha trasformato un conflitto internazionale in un dispositivo interno di mobilitazione emotiva, ricorrendo a una narrazione rigida che divide il mondo in schieramenti opposti. In questa rappresentazione semplificata, intere comunità vengono identificate con decisioni governative di cui non sono responsabili. È in questi slittamenti che si crea terreno per un ostilità irrazionale, dove la critica politica lascia spazio a un pregiudizio identitario.
La comunicazione pubblica ha amplificato questo processo. La velocità con cui le notizie vengono diffuse, spesso prive del necessario contesto, ha favorito un linguaggio immediato e accusatorio. Slogan e immagini cariche di emotività hanno finito per oscurare le distinzioni, rendendo plausibile l’idea che esista una corrispondenza diretta tra individui, Stati e culture. In questo ambiente, le percezioni diventano più potenti dei fatti, e l’immaginario collettivo si polarizza.
A rendere più complesso il quadro intervengono anche reti transnazionali che diffondono contenuti pensati per alimentare divisioni e risentimenti. Oggi una parte del conflitto si combatte sul piano cognitivo: si cerca di orientare ciò che le persone credono vero, di spingere verso reazioni impulsive, di sospingere l’opinione pubblica dentro cornici che riducono la complessità e aumentano la disponibilità al sospetto.
Le conseguenze riguardano l’intera società. Una democrazia vive della capacità di distinguere: tra responsabilità individuali e identità collettive, tra critica e demonizzazione, tra dissenso e ostilità. Quando questa capacità si indebolisce, qualsiasi gruppo può diventare il prossimo bersaglio. E le dichiarazioni di solidarietà che seguono ogni episodio violento, pur necessarie, non bastano a invertire la tendenza se non sono accompagnate da un serio esame delle responsabilità politiche e comunicative.
Uscire da questa deriva richiede un doppio movimento. Da parte della politica, serve recuperare il senso della misura e della responsabilità, rinunciando a usare temi sensibili come strumenti di aggregazione. Da parte delle comunità colpite, è fondamentale non chiudersi nella paura, ma continuare a portare nello spazio pubblico la ricchezza della propria storia e il contributo alla vita civile del Paese.
Una società solida riconosce che l’ostilità verso una minoranza non riguarda soltanto quella minoranza: è un indicatore dello stato di salute della convivenza democratica. Il modo in cui risponde a questi segnali rivela la sua maturità. E indica anche la direzione da seguire: ricostruire un linguaggio che restituisca complessità, che sappia criticare senza trasformare le persone in simboli da colpire, che non ceda alla tentazione delle scorciatoie emotive. Solo così è possibile restituire allo spazio pubblico la fiducia necessaria a far vivere insieme differenze e libertà.




