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Il faccia a faccia del 2004 con l’allora cardinale è stato il momento esemplare di una nuova capacità di confronto aperto, senza complessi di inferiorità o superiorità né da una parte né dall’altra, tra pensiero cristiano e pensiero laico
Un filosofo laico e un cardinale cattolico a confronto su etica, religione e Stato liberale. Un dialogo che intercetta temi di forte attualità, indagando le possibili “nicchie” d’intersezione tra ragione e religione. Da una parte Jürgen Habermas, dall’altra il cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Era il 19 gennaio 2004; la sede fu la Katholische Akademie in Bayern a Monaco, la città dove Ratzinger era stato arcivescovo dal 1977 al 1982 e presso la quale, nella vicina Starnberg, Habermas ha vissuto dal 1971 fino alla morte. Quel dialogo tra due tra le più significative figure di intellettuali della scena non solo tedesca, ma internazionale è stato il momento paradigmatico di una nuova capacita di confronto aperto, senza complessi di inferiorità o superiorità né da una parte né dall’altra, tra pensiero cristiano e pensiero laico.
« Il dialogo – scriveva Michele Nicoletti nell’introduzione alla prima edizione in volume del confronto, pubblicata da Morcelliana con il titolo Etica, religione e Stato liberale e negli anni più volte ristampato – è stato un evento in sé, per l’incontro e la discussione tra due personalità così singolari e così influenti nel mondo intellettuale dei laici e dei credenti, ma assume una rilevanza ancora maggiore se si analizzano attentamente i contenuti dei due interventi. Tra la tentazione secolarista che bolla ogni forma di cultura religiosa come regressione irrazionale e la tentazione integralista che vuole imporre autoritariamente le verità di un’unica fede religiosa, Habermas e Ratzinger aprono la prospettiva di una società postsecolare in cui laici e credenti scoprano il
dialogo non solo come strumento di necessario compromesso, ma come metodo per il ritrovamento di se stessi. La filosofia ritrovi il gusto della “traduzione” e la religione il gusto dell’“intelligenza.» In quel dialogo, Habermas sosteneva che «bisogna comprendere la secolarizzazione culturale e sociale come un di apprendimento doppio, che obbliga tanto la tradizione dell’Illuminismo, quanto la tradizione della dottrina religiosa a riflettere sui propri rispettivi limiti. Il cattolicesimo, che pure intrattiene un pacifico legame con il lumen naturale, tuttavia non lascia in via di principio, se comprendo bene, alcuna possibilità per una definizione autonoma nel senso di indipendente dalla Rivelazione della morale e del diritto». E rispondeva Ratzinger: « Anche se la cultura secolare di una razionalità rigorosa, di cui ci ha dato un’immagine impressionante Habermas, è largamente dominante e crede di essere il fattore che lega tutto, la comprensione cristiana della realtà è, come sempre, forza operante. I due poli si trovano in diverse posizioni di vicinanza o di tensione, in atteggiamento di disponibilità ad apprendere reciprocamente o di più o meno deciso rifiuto».
Da qui ha preso forma un confronto sempre più serrato, segnato dal progressivo riconoscimento reciproco. Habermas osservava: «Confrontarsi con temi attuali, quali la riforma dello Stato sociale, la politica dell’immigrazione, la guerra in Iraq, l’abolizione dell’obbligo di leva, non significa solo trattare singole strategie politiche: si tratta di temi che implicano, invece, l’interpretazione controversa di principi costituzionali e, quindi, ne va del modo in cui vogliamo comprenderci alla luce delle molteplicità delle nostre maniere di vita e del pluralismo delle nostre visioni del mondo e delle nostre convinzioni religiose».
La religione diventa così non soltanto un fattore sociale da considerare, ma anche un indicatore di sensibilità umana, capace — anche in chi si dichiara laico — di contrastare le derive “patologiche” che si manifestano
tanto nel laicismo dogmatico quanto nei fondamentalismi religiosi. Su questo punto interveniva nuovamente Ratzinger: « In merito al terrorismo, per esempio, sono in forte accordo con quanto ha esposto Habermas su una società “postsecolare”, sulla disponibilità ad apprendere e sull’autolimitazione da entrambi i lati. Noi avevamo visto che vi sono nella religione delle patologie estremamente pericolose… Ma allo stesso tempo vi sono anche patologie della ragione, una hýbris della ragione, che non è meno pericolosa… Io parlerei quindi di una necessaria correlatività tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca purificazione al mutuo risanamento, e che hanno bisogno l’una dell’altra».
Il nodo è tutto qui: concepire la secolarizzazione come un processo di apprendimento complementare, nel quale ragione e religione possano confrontarsi seriamente — anche sul piano dei fondamenti cognitivi — e contribuire insieme all’interpretazione dei temi più controversi della sfera pubblica.





