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«Prego tutti i giorni perché non ci sia una evoluzione violenta, all’interno come all’esterno. E chiedo che le decisioni vengano prese per il bene della maggioranza, non in base ai propri interessi È la sola via per la pace»
Inviata a Cúcuta ( Colombia)
Bambini e adolescenti con indosso la divisa scolastica che si recano nelle aule finalmente riaperte, dopo una settimana di stop. Donne e uomini che la mattina presto escono per recarsi ai rispettivi impieghi. Le serrande dei negozi aperte. Le strade di nuovo congestionate, nel tardo pomeriggio, da auto, bus e moto che riportano i lavoratori a casa. Sono alcune istantanee del Venezuela post-Maduro, a due settimane dall’intervento Usa. Un velo compatto di silenzio, però, copre la routine chiassosa del Paese. Lo si legge nei volti inquieti della gente che pubblicamente dei fatti del 3 gennaio non parla. E, dentro, si interroga. È il tempo delle domande senza risposte sul presente e sul futuro che scorre dentro la normalità apparente. E «dell’incertezza», sottolinea monsignor José António da Conceição Ferreira, segretario della Conferenza episcopale venezuelana e vescovo di Puerto Cabello, città affacciata sulla costa caraibica, duecento chilometri a ovest da Caracas. « Divido le mie attività tra la diocesi e la capitale – racconta il teologo e canonista, referente dell’episcopato per il Sinodo sulla sinodalità –. Negli ultimi giorni sono stato in entrambe. E ho percepito la medesima “tesa calma”».
A che cosa si deve tanta incertezza?
Vengono fatti una serie di annunci, tanto dal governo nazionale come da quello degli Stati Uniti. Ma si tratta di affermazioni vaghe. Offrono qualche pista per decifrare le intenzioni ma non precisano i dettagli. Le persone, dunque, aspettano di vedere che cosa accadrà realmente.
Qual è la principale domanda che si fanno i venezuelani?
Se, come e quando queste dichiarazioni si rifletteranno nelle loro vite. Penso, ad esempio, alle affermazioni
sui miglioramenti nella produzione del petrolio. La gente si chiede: questo porterà più cibo sulle nostre tavole? Per il momento no, anzi…
Che cosa intende?
Il potere d’acquisto si sta riducendo sensibilmente come effetto dell’aumento del dollaro, da cui dipende l’economia venezuelana. Alla fine di dicembre, la valuta Usa valeva 290 bolívares, la moneta nazionale. Due giorni fa è arrivata a 339. Si tratta di un aumento drastico nel giro di due settimane. E il cosiddetto dollaro criptomoneta Usdt, punto di riferimento del cambio non ufficiale, ha raggiunto quota 500. Il cibo, i servizi di base, tutto è diventato molto più costoso. Lo tocchiamo con mano poiché è cresciuto il numero di quanti si rivolgono alla Chiesa per chiedere aiuto e anche noi, in questo contesto, facciamo fatica a rispondere. Molte delle mense e delle opere di assistenza vanno avanti grazie all’autogestione e alla solidarietà… Che cosa, in particolare, chiedono le persone?
Alimenti, certo, o medicine. Ma non solo. Cercano consolazione. Si sentono smarrite, angosciate, confuse. Non hanno idea di come evolverà lo scenario. Poi ci sono quelli che nei raid sono stati feriti o hanno perso familiari. È un mosaico di situazioni difficili.
C’è il rischio di una deriva violenta? Non lo so. È il mio maggior timore. Prego tutti i giorni che possiamo raggiungere la pace, che non ci sia un’evoluzione cruenta, da qualunque parte, all’interno come all’esterno, poiché a pagarne il prezzo maggiore sono sempre gli innocenti.
Il rilascio di vari detenuti ha
alleviato l’angustia della popolazione?
Questo gesto – che il governo ha definito un’azione «unilaterale », compiuta come segno di apertura – è un contributo importante alla costruzione di una convivenza pacifica. La gente l’ha accolto con profonda gioia. Tante famiglie han-no potuto ricongiungersi con i propri cari dopo un anno di detenzione o più. Molte altre, purtroppo, aspettano ancora. Come vescovi, in ogni messaggio, non abbiamo mai mancato di chiedere il rilascio di quanti sono stati privati della libertà in questo contesto politico. Qual è il suo messaggio ai differenti attori coinvolti nella crisi: governo, varie componenti dell’opposizione, Stati Uniti?
Che prendano le loro decisioni per il bene della maggioranza non in base ai propri interessi. Questa è l’unica strada che porta alla pace. È quanto ha detto la Conferenza episcopale nell’intervento del 4 gennaio: « Rivolgiamo un appello al Popolo di Dio a vivere ancora più intensamente la speranza e a pregare per la pace nei nostri cuori e nella società, rifiutiamo qualunque tipo di violenza. Che le nostri mani di aprano all’incontro e all’aiuto reciproco e che le scelte si facciano per il bene del popolo». A tutte le parti, dunque, chiedo di essere capaci di cedere un po’ per aprirsi al dialogo, di essere umili, di riconoscere i propri errori e trovare un punto comune per poter convivere. Fino a quando continueranno gli scontri, le accuse reciproche, gli insulti, non potremo costruire né un Paese né un pianeta in cui si possa vivere pienamente. Le tensioni impediscono lo sviluppo umano integrale.
Che cosa la aiuta a custodire la speranza in questo tempo complicato?
La voglia delle persone, a partire dalle più umili, di andare avanti. La loro capacità di aggrapparsi alla vita con ostinazione. Un’immagine che mi ha commosso è stata quella della riapertura delle scuole, degli alunni di nuovo fra i banchi. È un atto di resistenza di fronte alle difficoltà. Di fiducia nel presente e nel futuro.


