
Mio “nipote” Umberto
15 Febbraio 2026
Eliseo Mattiacci, guardare il cosmo a misura dell’umano
15 Febbraio 2026LA MOSTRA
Che sia figurativo, astratto o una lastra di vetro, il suo lavoro esplora la definizione di quadro, mettendo in questione il rapporto tra l’immagine e la sua origine
Alla parigina Fondation Vuitton una mostra “atlantica” copre l’intera opera di uno degli artisti più importanti del secondo ’900
È una mostra atlantica – nel senso di gigantesca e geografica – quella che la Fondation Louis Vuitton dedica fino al 2 marzo a Gerhard Richter. Le 270 opere mappano per intero (si va dal primo, Tisch, del 1962, con cui inizia ufficialmente il catalogo, all’ultimo dipinto del 2013, dopo il quale non ha realizzato solo disegni), e con i pezzi migliori, la carriera di uno dei più grandi artisti del secondo Novecento. La chiave critica dell’esposizione, a cura di Dieter Schwarz e Nicholas Serota, muove dalla mediazione: ogni quadro nasce attraverso un tramite – una fotografia, un ritaglio di giornale, una diapositiva, un fermo immagine, un disegno – e questo scarto iniziale crea il terreno su cui la pittura si installerebbe come nuova realtà. È uno spunto che merita di essere seguito fino in fondo, perché consente di comprendere il dispositivo che Richter mette in moto rispetto al reale e alla pittura. Si può parlare di un doppio distacco: il primo è quello operato dalla fotografia o dal disegno rispetto al reale, il secondo quello che Richter esercita riguardo al suo modello derivato. Questo distaccarsi dall’origine crea una perdita di informazioni ma, allo stesso tempo, un arricchimento della realtà della pittura e, in ultima analisi, della realtà dell’immagine. Nel suo attingere e appartenere al “mercato secondario” delle immagini, infatti, la pittura acquisisce una serie di valori storici e stratifica al proprio interno dimensioni che il “mercato primario” (la realtà) non può avere. Proprio per questo le sue opere abitano storia e non ne sono un semplice derivato documentale.
I suoi primi dipinti derivati da fotografia, realizzati tra il ’62 e il ’70, con la sfocatura che sarà la sua caratteristica, mettono alla prova le memorie familiari. Il fuori fuoco è sia una piattaforma di paradossale iperrealismo sia un dispositivo che mette in scena lo scollamento tra memoria affettiva e storica. Che posto hanno nella memoria familiare di Richter le foto all’origine di Onkel Rudi, lo zio nazista morto al fronte, o di
Tante Marianne, la zia disabile mentale uccisa nel corso della Aktion “T4”? Questi oggetti familiari acquisiscono
improvvisamente un valore nella storia stessa della Germania – e quindi dell’umanità. Ma sono sottratti alla semplice storia familiare prima ancora di essere traslati in pittura. Per questo sono oggetti difficili da maneggiare: e la sfocatura appare l’unico mezzo che ne consente la rappresentazione, senza che una dimensione prevalga sull’altra. La terza sala fa collassare tra loro le differenti esperienze artistiche che Richter esercita in contemporanea e che contrassegnerà sempre il suo lavoro. Troviamo il celebre Ema (Nudo che scene le scale), affiancato a un pezzo concettuale come Zwei Grau übereinander.
Richter qui traccia l’alfa e l’omega della pittura: il primo è un esercizio di bravura, in cui il mosso appare come un fermo immagine su uno schermo televisivo; gli altri due, acromi più che monocromi, esplorano la neutralità della pittura. Ma è possibile, in fondo, che il nudo sia uno studio sui passaggi tonali che nei due grigi viene ingigantito a livello atomico. Nella stessa sala troviamo il Grande Sipario, un grande grigio, Due coppie di innamorati di derivazione cinematografica, una delle sue prime palette di colori. Al centro, i Quattro pannelli in vetro. Sono tutte opere degli anni 1966-67. La chiave è data proprio dai vetri: l’opera apparentemente meno “richteriana” è invece quella che concentra al meglio il suo lavoro. Infatti, il problema per Richter è: che cos’è un quadro? E la risposta è uno spazio incorniciato e un filtro. E poi una pittura quasi polarizzata, la sgranatura del fotogramma, i quadri tachistes, il video a bassa risoluzione della superficie lunare, marine friedrichiane, finestre come griglie, cieli alla Gainsborough. Le Costellazioni come dipinti informali… Sono due le questioni che sollecita il vasto repertorio richteriano. La prima è tecnica. Il pittore accademico porta la tecnica in primo piano – in questo senso è una ostentazione pornografica. Richter la pone invece sempre in relazione alla costruzione complessiva dell’immagine. Il risultato è così forte che la tecnica scompare. E questo gli consente di realizzare quadri “senza tecnica”, come i mosaici di colori, dove la presenza del pittore si azzera. La seconda è che in un mondo artistico, politico e sociale fortemente polarizzato e ideologizzato, Richter – nato a Dresda, poi Ddr, nel 1932 e nel 1961 fuggito a Düsseldorf – rifiuta la scelta definitiva in favore della realtà della pittura. In questo senso vanno letti i suoi Quadri grigi: apparentemente la morte della pittura, sono invece il luogo del suo trionfo. Racconta l’artista: « Il primo quadro grigio l’ho fatto perché non sapevo che cosa dipingere, o cosa potesse essere dipinto». Il grigio non dice nulla, non evoca né sentimenti né associazioni. Ha la capacità unica di rendere il “nulla” visibile. Non il Nulla metafisico: il nulla e basta.
Il détachement continua nei grandiosi dipinti astratti, che avvia nella seconda metà degli anni ’70: i primi nascono da bozzetti ad acquerello o a olio, di cui Richter seleziona alcuni frammenti, che ingrandisce e rielabora. Il distacco è un dettagliare che isola una frazione, ma allo stesso tempo entrandovi come un microscopio: perde il contesto che lo genera e si trasforma in nuova realtà. Quando i dipinti diventeranno del tutto liberi da fonti, saranno grattati e abrasi per essere staccati da sé stessi.
Dopo avere abbandonato per quasi quindici anni il tema della storia e dopo avere, quasi di conseguenza, abbandonato il grigio per il colore, nel 1988 ritorna al tema un’ultima volta con la serie 18. Oktober 1977, sulla morte violenta dei componenti della banda Baader-Meinhof, probabilmente il suo capolavoro assoluto. Se per molti pittori, pur avendo una produzione ampia ed eccellente, spesso è difficile indicare un nucleo di opere davvero imprescindibili, i dipinti di Richter sono memorabili al punto da poterne citare il titolo. E questo lo avvicina ai maestri del passato. In 18. Oktober 1977 la storia ritorna. Il grigio e la sfocatura diventano gli unici strumenti per dare profondità alla cronaca. Non sembra essere un caso che seguendo lo stesso metodo, Richter naufraga con la Shoah. In Birkenau (2014-2019) intende tradurre in grande formato le quattro fotografie scattate di nascosto ad Auschwitz, le sole a documentare lo sterminio in atto. Ma il doppio distacco qui è impossibile. Insoddisfatto del risultato, Richter le ricopre e le trasforma in pittura astratta. In un secondo momento – tra 2014 e 2019 – pone di fronte ai dipinti quattro grandi specchi grigi, creando una polarità che rilegge le opere e gli spettatori stessi all’interno del grande, sloterdijkiano, grigio della storia.





