Marcus Rothkowitz (1903-1970) è il quarto figlio del farmacista Yacov Rothkowich e Anna Goldin. Padre e madre sono lettori accaniti. Nella loro casa di Dvinsk (oggi Daugavpils, in Lettonia) ci sono oltre trecento volumi. Lui, Yacov, occhiali tondi da intellettuale e barba curatissima è un idealista progressista, lei, Anna, «la persona più energica della famiglia». In quel momento, in Russia, si susseguono i pogrom che riversano sugli ebrei restrizioni, vessazioni e persecuzioni. Yacov è una specie di consigliere pubblico e di scrivano, e parla ebraico e tedesco. Inizia così – come un ritratto di famiglia in una piccola comunità – il libro della storica, saggista e curatrice francese Annie Cohen-Solar, intitolato Mark Rothko. Riparare il mondo, in uscita martedì prossimo per Einaudi. È un saggio vivace, una biografia collettiva che risucchia il lettore in un’odissea non ancora finita. Incontriamo l’autrice nel suo bell’appartamento milanese pieno di libri. «Stavo suonando Bach», mi dice, accogliendomi in un salone che ospita molta arte, moderna e contemporanea.
Il suo racconto è un racconto familiare che si fa storia e mostra lati sconosciuti di Rothko e del suo tempo. Come è partita per questo viaggio nella vita dell’artista?
«Io faccio una storia sociale dell’arte, che significa che non sono formalista. Non sono interessata a raccontare le tele da un punto di vista formale, mentre lo storico tradizionale racconta, ad esempio, Picasso attraverso il periodo rosa, il periodo blu e lo stile. Io ho un approccio totalmente diverso. A proposito di Rothko parlo del suo rapporto con lo Stato come cittadino in America e prima ancora in Russia. Questa è la mia origine, faccio la storia sociale dell’arte perché un artista non è una nuvola che attraversa il cielo. Un artista è ancorato alla società. Il tema su cui ho lavorato è quello dei migranti: mi interessa l’immigrazione come situazione di malessere e di potenziale creatività e Rothko è interessantissimo da questo punto di vista. È nato in Russia nel 1903 durante il pogrom di Kišinëv, il più grande. A quel tempo gli ebrei vivevano nel pale of settlement, la zona residenziale ebraica nell’Impero russo, e, sebbene il padre fosse un ebreo assimilato, decise che l’ultimogenito avrebbe frequentato la Talmud Torah, la tradizionale scuola ebraica, sino al decimo anno di età. Con l’inasprimento dell’antisemitismo, Yacov migrò negli Stati Uniti con due dei figli, mentre lui lo raggiunse, anni dopo, con la madre e la sorella».
Fu travagliato come il viaggio di ogni fuggiasco? Come quello di Gorky per esempio?
«Sì, e infatti anche Gorky si suicida. Marcus Rothkowitz – che negli anni Cinquanta cambiò nome e divenne Mark Rothko – ha viaggiato tutto il tempo con il suo vestito di Talmud Torah nero. Ha attraversato l’Atlantico e l’America per andare a Portland in Oregon. Durante il viaggio, portava un cartello appeso al collo con scritto «I don’t speak English». E questo è stato il momento più umiliante della sua vita, non si è mai sentito a casa negli Stati Uniti. Queste sono le immagini che costruiscono la strada di un artista. Durante il tragitto tra Europa e Stati Uniti, Marcus ha tenuto un diario, scoperto di recente, con poesie in ebraico molto mature che raccontano un ragazzo di dieci anni assolutamente precoce. Accanto alla vita da pittore c’è una vita da scrittore. Rothko scrive sempre, è un intellettuale impegnato. Non è nato per diventare artista, è il contrario di Picasso. Non è destinato alla pittura. È prima di tutto un pensatore. A quindici anni fonda un piccolo giornale per ragazzi della scuola di Portland, il Lincolnial con una visione critica verso la stessa Lincoln High School e verso la sua situazione nel mondo».
Sono la parola, l’informazione e la teoria, gli elementi fondanti della sua personalità?
«All’angolo delle strade fa lo strillone, vende i giornali, è un news boy, è molto all’erta, è vivo. Poi viene ammesso alla Yale University, coi suoi due amici Aaron Director e Max Naimark che, pur non parlando una parola di inglese, vincono una borsa di studio. Frederick S. Jones, preside della facoltà, sosteneva che gli ebrei arrivassero troppo numerosi e l’iscrizione dovesse essere loro bloccata. Anche qui, Rothko crea un piccolo giornale per ragazzi che attacca l’Università, molto quadrata, molto Wasp, e alla fine decide di andarsene. E forse chissà, abbiamo perso un grande medico, un grande avvocato o qualcos’altro… Più tardi troverà i suoi maestri: Max Weber e Milton Avery e creerà il “Group of the Ten”, un gruppo di ragazzi che dipingono in modi diversi ma sono accomunati dall’essere tutti immigrati».
La storia di Rothko si stratifica, diventa uno dei maggiori esponenti dell’espressionismo astratto e, in breve, conquista un successo mondiale. Ma in lui domina l’inquietudine, come mai secondo lei?.
«Rothko è un polemista, attacca le gallerie, il mercato dell’arte e il Metropolitan Museum insieme al gruppo degli “Irascibles”. La sua pittura, le sue forme stilistiche evolvono e si sciolgono in campi astratti attraverso passaggi, che vanno dal mito alla surrealtà, per giungere ai rettangoli di colore che fluttuano l’uno sull’altro».
Rothko ha un totale rifiuto del capitalismo, tanto che spesso rinuncia a commesse importanti, come quella del Seagram Building al Four Seasons di New York, ma quando arriva l’incarico della cappella di Houston accetterà di buon grado. È qui che la sua poetica subisce un’ulteriore trasformazione?
«Dopo aver deciso di non accettare il lavoro per il Seagram Building, Rothko riceve una chiamata da Dominique de Menil che gli annuncia la volontà di costruire una cappella in Texas. Non ha ancora un’idea precisa, ma sa che vorrebbe farla progettare da Philip Johnson. Tuttavia Rothko e Johnson, dopo un paio d’anni, entrano in conflitto permanente per questioni legate alla luce e all’orientamento. Per questa ragione, mi ha raccontato Dominique, nel 1969 solleva l’architetto dall’incarico. In quel periodo, Rothko passa parecchio tempo a Pompei e Firenze. Lì incontra le opere di Beato Angelico e Michelangelo e, a Pompei, vede come i colori riempiono lo spazio. Poco prima, in Inghilterra, visitando una cappella in rovina, la Lelant Chapel, nei pressi di St. Ives, capisce di stare meglio lì che a Park Avenue, dove dominano ricchezza, benessere e consumismo. E questo succede mentre la Pop Art americana trionfa, quando nel 1964 Bob Rauschenberg vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Rothko è sempre controcorrente e lascia la sua galleria, la Sidney Janis, perché tratta anche la Pop Art. Entra nella scuderia della Marlboro Gallery, ma a breve subisce un aneurisma all’aorta, inizia a bere, entra in depressione e lascia la moglie».
E così comincia il suo declino sino a giungere al suicidio nel 1970?
«La galleria lo spolpa, è un rapporto tossico. Vuole tutte le opere per fare business, solo business e questo va in collisione esistenziale con i suoi ideali. Ciò che mi piace di Rothko è l’aspetto spirituale, un aspetto di missione, l’idea di “riparare il mondo”. Lui ha l’etica di un vero ebreo, ma senza andare in sinagoga. La cappella è il suo lavoro più importante, visitato da oltre 100 mila persone l’anno. È un luogo all’incrocio tra l’etica, l’arte e la politica. Ed è preceduto da una scultura straordinaria, l’obelisco spezzato di Barnet Newman dedicato a Martin Luther King. Dominique de Menil e Mark Rothko, sono due traiettorie simili, di emigrati. Due figure che non si riconoscono negli Stati Uniti e creano un nuovo tipo di istituzione: la cappella interconfessionale. Questa cappella è parte di un lavoro che sto utilizzando per la mia missione per la Palestina. Io mi esprimo come ebrea che sceglie il lato dei palestinesi e ne ho parlato a “Maiindifferenti” (un gruppo che si definisce “Voci ebraiche per la pace, ndr) un mese fa, al Teatro Elfo Puccini di Milano».
Perché questo interesse, quasi ossessivo, per gli artisti e gli intellettuali esiliati?
«Perché è la mia storia, sono emigrata dall’Algeria a quattordici anni, e ho fatto esperienze di tanti traumi intorno a me. Io sono parte della diaspora, del popolo migrante del Mediterraneo e il Mediterraneo è un luogo che amo: pieno di colori, di vita, di storia e di profumi».
Cosa c’è nelle tele di Rothko?
«Sua figlia racconta che quando era piccola, il padre le mostrava la carta dell’Europa, dicendo: “Non puoi capire perché le frontiere sono cambiate. Io sono nato lì”. E le faceva vedere questi confini tra la Lettonia, l’Estonia, la Polonia e la Lituania. E allora io mi dico che, a un certo punto, queste frontiere flessibili sono come le frontiere tra i suoi colori».







