
Santa Maria della Scala: statuto, privati e bilancio. Un riepilogo necessario
22 Febbraio 2026Cambiare uno statuto non equivale a cambiare una strategia. Il precedente statuto del Santa Maria della Scala non impediva partnership, non impediva l’ingresso di soggetti esterni, non impediva una programmazione pluriennale, non impediva un piano serio di attrazione del pubblico. Attribuire alla cornice le responsabilità del quadro è una scorciatoia comoda, che serve a spostare l’attenzione dai soggetti alle norme, dalle persone alle procedure. Uno statuto è uno strumento giuridico, non un progetto culturale. Non produce qualità, non genera sostenibilità economica, non costruisce credibilità. Queste dipendono dalle scelte, dalla visione, dalla capacità gestionale. E la responsabilità di quelle scelte ha un nome.
L’unica riforma statutaria che avrebbe rappresentato una vera discontinuità era l’iscrizione al Runts: una scelta coerente con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia della Fondazione, allontanare il controllo politico e partitico, introdurre regole più stringenti sul piano della trasparenza e della responsabilità. Tutto il resto delle presunte criticità statutarie, agitate come ostacoli decisivi, appare secondario. Se il problema è l’autonomia, si interviene sui meccanismi che la garantiscono. Se invece si evocano limiti generici senza toccare i nodi strutturali del controllo politico, si resta nel campo delle dichiarazioni — e le dichiarazioni non costruiscono istituzioni.
La storia recente della città offre un precedente che nessuno dovrebbe dimenticare. Quando il rapporto tra la Fondazione Monte dei Paschi e la Banca entrò in crisi, qualcuno cercò di individuare nello statuto una delle cause del fallimento. I fatti dimostrarono altro: non fu la cornice giuridica a produrre il disastro, ma le scelte di gestione, il modo in cui veniva esercitato il controllo politico, la qualità — o l’assenza di qualità — dell’indirizzo. Controllare in modo non professionale non tutela il bene, lo espone fino alla sua erosione. Siena sa bene dove si può arrivare quando la governance non è all’altezza. Quella lezione non può essere rimossa dalla memoria collettiva ogni volta che torna utile farlo.
Il nodo vero riguarda gli organi intermedi, la loro autonomia e la qualità delle nomine. Se i consigli di amministrazione rispondono a logiche di equilibrio politico più che a criteri di competenza, l’autonomia si indebolisce strutturalmente. Un manuale Cencelli applicato alla cultura non rafforza le istituzioni: le rende fragili, perché sostituisce la responsabilità verificabile con la fedeltà negoziale. Chi ha governato questa città per lungo tempo conosce il peso di queste scelte. Ne conosce i meccanismi, i margini, le conseguenze. Proprio per questo ci si aspetterebbe oggi un’analisi più rigorosa, una proposta più precisa, un’assunzione di responsabilità che vada oltre il rinnovamento della narrazione.
Perché la narrazione della “ripartenza” — ciclica, ottimistica, priva di memoria — è parte del problema, non della soluzione. Tre anni di non-governo del Santa Maria della Scala si sommano ai cinque precedenti e a quelli ancora prima. Le istituzioni non si reggono sugli annunci, ma su indirizzi coerenti nel tempo. Senza un bilancio serio di ciò che non ha funzionato, ogni nuovo inizio è solo una sospensione della responsabilità.
Se davvero si apre una stagione diversa, lo si dimostri con i contenuti. Il masterplan venga presentato integralmente: obiettivi misurabili, cronoprogramma, risorse, modello economico, indicatori di risultato, auditing a terze parti. La città ha diritto a sapere non solo cosa si intende fare, ma con quali strumenti, in quanto tempo e con quali criteri di verifica. Senza questo livello di trasparenza, la “ripartenza” resta una formula comunicativa destinata a esaurirsi al prossimo annuncio.
Le istituzioni si rafforzano con la qualità della gestione, non con la narrazione. E la responsabilità non si annulla cambiando il contenitore.





