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di Pierluigi Piccini
Il problema del Santa Maria della Scala non è né personale né contingente. È il risultato di una scelta politica mai portata fino in fondo.
Lo statuto oggi messo in discussione non nasceva per caso. Era costruito su un presupposto chiaro: accompagnare il Santa Maria della Scala verso una progressiva autonomia dal Comune, rendendolo un’istituzione culturale capace di operare nel sistema nazionale ed europeo. Questo significava aprire ai soci sostenitori, ridurre il controllo esclusivo dell’amministrazione comunale e adeguare la governance alle normative europee. Un percorso impegnativo, ma necessario se l’obiettivo era la crescita.
Quel percorso non è mai stato realmente intrapreso. Non per limiti tecnici, ma per una scelta politica precisa: mantenere il Santa Maria della Scala dentro l’alveo comunale, evitando una redistribuzione di potere e responsabilità. Oggi si critica lo statuto, ma si tace sul fatto che ciò che non si vuole è il suo presupposto.
In questo contesto, anche le polemiche su Leone appaiono fuorvianti. Le iniziative, le candidature e le disponibilità sono facilmente verificabili attraverso fonti pubbliche e la stampa specializzata. Trasformare un dato controllabile in un sospetto serve solo a spostare l’attenzione. Il problema non è chi abbia fatto o non fatto domanda, ma il quadro istituzionale dentro cui qualsiasi direzione è costretta a muoversi.
Le conseguenze dell’ambiguità sono evidenti. Senza autonomia reale, i finanziamenti strutturali si riducono. Non scompaiono, ma diventano episodici, frammentati, incapaci di sostenere una visione di medio-lungo periodo. Nel sistema culturale contemporaneo le risorse seguono soggetti credibili, autonomi, con governance stabili. Un’istituzione percepita come articolazione del Comune resta ai margini, indipendentemente dal valore del suo patrimonio.
Non si può rivendicare di aver votato contro un’ipotesi di autonomia e, allo stesso tempo, non avanzare alcuna proposta alternativa. Così come non si può essere forza di maggioranza e rinunciare a una proposta di governo. La critica, se non è accompagnata da una visione e da un progetto, resta pura testimonianza e non produce effetti. Se si ritiene che l’autonomia del Santa Maria della Scala fosse sbagliata, allora occorre dire quale modello si vuole al suo posto: con quali risorse, quale governance, quale ruolo nel sistema culturale nazionale.
Se esistono altre strade per arrivare all’autonomia, bene: vanno dichiarate, motivate e messe a confronto pubblicamente. Ma finché non vengono esplicitate, l’unica alternativa concreta resta la conservazione dell’esistente. E l’esistente, oggi, non è neutro: è un progressivo ridimensionamento.
L’assetto attuale – una fondazione solo nominale, ma di fatto un ufficio comunale – non è una virtù. Produce rigidità amministrative, confusione di ruoli e una sostanziale incapacità di assumere decisioni strategiche. La stabilità che garantisce è immobilismo: sufficiente alla gestione ordinaria, insufficiente per qualsiasi salto di scala.
Chi osserva che una parte della città non abbia mai voluto l’autonomia dice una cosa vera, ma incompleta. Se si rifiuta quella scelta, bisogna accettarne le conseguenze. Non si può negare l’autonomia e al tempo stesso lamentare la perdita di centralità, risorse e ambizione.
Il nodo, in definitiva, è politico. O si vuole un’istituzione culturale autonoma, capace di stare nel sistema nazionale ed europeo, oppure si accetta che il Santa Maria della Scala resti un museo comunale di grandi dimensioni. Entrambe le opzioni sono legittime. Ciò che non è più sostenibile è l’ambiguità: fingere di voler crescere senza accettarne il prezzo.
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