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Se in pochi giorni già cinque milioni di italiani si sono riversati nelle sale per vedere Buen Camino di Zalone, lo scorso dicembre Roberto Benigni ne aveva “inchiodati” quattro davanti al piccolo schermo per un lungo monologo sull’apostolo Pietro. Due famosi comici italiani si mettono entrambi al servizio di qualcosa che, ingenuamente, si è creduto smarrito: il bisogno di interiorità, di cammini di fede. Zalone e Benigni parlano di gente che incontra Gesù. E colpisce come, a modello, entrambi portino due giovani. Nel film dell’autore pugliese la protagonista del cammino di Santiago è una ragazza minorenne che abita in uno dei quartieri più ricchi di Roma, i Parioli. Ma, come lei stessa afferma, quel che ha – e ha tutto – non le basta. Il comico toscano ha insistito, nel suo monologo, nel sottolineare che Gesù e Pietro erano giovani, «due ragazzi», come li ha definiti. In una generica e pregiudiziale narrativa ridicola per quanto superficiale e, in fondo, cattiva, del mondo giovanile, i due artisti hanno il coraggio di presentare la verità: non è che a sedici o a vent’anni non esistano domande grandi, sete di interiorità. Quel che mancano, spesso, sono i cammini, le strade. Ma quando si offrono, si propongono e si trovano, Pietro segue Gesù e Cristal non torna certo indietro alla vita assurda e falsa che il padre le avevo saputo offrire. La ragazza, a sedici anni, è decisamente migliore di suo padre. È lei che lo cambia, in meglio. Non doveva essere il contrario? Qualcosa è andato storto?
Dobbiamo aggiungere, in tempo di Natale, che anche Maria e Giuseppe, pur molto giovani, sanno farsi scaltri e furbi per difendere il Bambino dall’ira violenta di Erode. Colpisce che a parlare bene dei più giovani siano un film al cinema e un monologo in Tv, mezzi che si direbbero vecchi e poco “giovanili”. Eppure, la fine dell’arte può aspettare. I social, che saranno anche il mondo dei ragazzi, non ne sono così amici come vorrebbero sembrare. Ci volevano un film al cinema e un monologo in televisione per ricordarci che da giovani si può sognare grandi cose, basta fermarsi e ascoltarsi. Per mostrarci un uomo che si è dimenticato di fare il padre e che invece si appassiona a diventarlo. Ma anche la storia di amicizia tra Gesù e Pietro – Benigni non lo trascura – è una storia di paternità, perché in uno dei due si rivela il volto del Padre.
Il Giubileo ci ha parlato di speranza. Zalone e Benigni hanno deciso di rimanere attori comici parlando anche loro di speranza: quella che viene dalla fede cristiana; e parlandone bene: come di una risorsa, una risposta non moralista al vuoto di senso, all’idolatria del denaro e della falsità. Senza astrusi e irricevibili moralismi. In una scena di Buen Camino Zalone – un uomo che sta scoprendo che si può e si deve diventare padre, e che tutto questo dà anche certa soddisfazione, perché lo si può fare con leggerezza – deve organizzare un pranzo e si rivolge a un cuoco stellato. Non potendo però ostentare, si inventa un compromesso: paga lo chef, ma al momento della festa lo presenta come un contadino. Risuona, un po’, il Vangelo di Luca: «Fatevi amici con la disonesta ricchezza ». Rimane ricco, ma usa i beni per far contenti gli altri. E nessuno disdegna il buon cibo, né ricchi né poveri. Eppure, non sono stati pochi quelli che hanno criticato sia Zalone sia Benigni. Il primo farebbe ridere meno di prima, il secondo non è puro esegeta. Anche qua, poco da stupirsi, già intuito tutto dal Vangelo: il figlio prodigo, quello che torna a casa pentito, ha un fratello maggiore che mugugna e si lamenta perché si fa festa, si ride e ci si abbraccia anche quando – o proprio perché – accade qualcosa di grande: qualcuno è tornato a camminare verso Dio. Buon cammino, allora.
IL TEMA
Trovare un linguaggio corretto ma comprensibile per descrivere i contenuti della fede cristiana è da sempre il principale compito di chi indaga le realtà divine. Vergottini: «La chiarezza aiuta a essere concreti»
Così Dio “parla” nel 2026 La teologia e la sfida di comunicare l’Infinito
Leone XIV invita a dare forma al “disegno” del Creatore per l’umanità. Un compito che ha bisogno di mediatori in grado di raccontare a tutti la trascendenza. «Farsi capire non significa ridurre la “densità” dei contenuti»
Si parlerà ancora di Dio in questo 2026 appena cominciato? O meglio, coloro che parlano di Dio troveranno ancora in questo tempo, apparentemente perso dietro ad altre priorità, qualcuno che li ascolti e li comprenda? La domanda è stata in parte provocata dallo stesso Leone XIV, che a cavallo tra l’ultimo giorno dell’anno e l’inizio del 2026, ha più volte insistito sullo stile cristiano nella costruzione di un mondo privo di violenza. Appelli tenuti assieme da un filo rosso ben preciso: ai credenti spetta il compito di dare forma al «disegno di Dio» nella storia, un progetto ben lontano dalle logiche del mondo, spesso «ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici». Indagare, capire e comunicare questo «disegno divino» è da sempre, nella Chiesa, un impegno primario affidato alla teologia, vera e propria scienza, chiamata a “dire Dio” usando un linguaggio comprensibile a tutti. Una sfida tra rigore e chiarezza che accompagna da sempre i teologi nel loro lavoro: già Tommaso d’Aquino, all’inizio della Summa Theologiae, raccomandava «brevità e chiarezza», pur nella consapevolezza che il rigore concettuale richiede talvolta un lessico tecnico. Oggi la questione è tutt’altro che risolta. A dare una risposta ci prova Marco Vergottini, docente di teologia alla Facoltà teologica di Sicilia.
Come può oggi la teologia tenere insieme chiarezza e rigore?
«La teologia non nasce anzitutto da definizioni astratte, ma dal racconto dell’evento cristiano. Per questo il suo linguaggio è chiamato a tenere insieme narrazione e concetto, esperienza e pensiero. Il rischio, da evitare, è duplice: da un lato la riduzione moralistica o semplificata; dall’altro l’astrazione sistematica o una esposizione dottrinale puramente deduttiva. La sfida è restituire la forma concreta della fede senza tradirne la densità».
Quali parole deve usare, allora, la teologia come sapere della fede?
«Il rinnovamento conciliare ha insegnato a riconoscere il carattere “mediato” del teologare. La fede cristiana non si dà mai in forma immediata: passa attraverso narrazioni, simboli, concetti, pratiche. Il linguaggio teologico è una mediazione responsabile: deve custodire il contenuto senza trasformarlo in un gergo esoterico. La difficoltà, di per sé, non è un difetto. Lo diventa quando si perde il contatto con l’esperienza credente e con la vita concreta della Chiesa».
Perché il linguaggio teologico risulta spesso ostico ai non specialisti?
«Perché la teologia è una disciplina scientifica, con una lunga storia concettuale e un proprio lessico tecnico. Accade lo stesso in filosofia, in medicina o nel diritto: alcuni termini non sono facilmente sostituibili senza perdere precisione. Il problema nasce quando il linguaggio specialistico viene usato indiscriminatamente, anche là dove sarebbe possibile – e doveroso – uno sforzo di traduzione».
Si parla spesso di “teologhese”. È una critica fondata?
«In parte sì, se con questo termine si intende l’uso non necessario di formule autoreferenziali e ricercate. Il rischio non è il tecnicismo in sé, ma l’abitudine a parlare solo per gli addetti ai lavori, dimenticando che la teologia nasce al servizio della fede della Chiesa, non di una cerchia ristretta».
C’è anche chi parla di “narcisismo linguistico”…
«Può accadere che alcuni teologi – una minoranza, va detto – finiscano per compiacersi dell’oscurità. Ricordo un collega che tentava di scrivere intere pagine senza punteggiatura: un esercizio spericolato, più vicino all’esibizionismo che alla chiarezza del pensiero. Ma sono derive marginali, non la regola».
Però il linguaggio complesso non è, di per sé, un difetto, giusto?
«Esatto. Alcune questioni che toccano il mistero cristiano richiedono categorie precise e un linguaggio rigoroso. La complessità non va demonizzata. Diventa un problema quando non corrisponde più alla complessità dell’oggetto, ma si trasforma in uno stile automatico, poco sorvegliato sul piano concettuale».
Le è mai capitato di cadere in questo rischio?
«Sì, soprattutto negli anni della formazione. Rileggendo oggi certi miei testi giovanili, riconosco un linguaggio più appesantito del necessario. Col tempo ho imparato che la chiarezza non abbassa il livello del pensiero: al contrario, lo affina».
Cosa ha favorito questo cambiamento?
« Il confronto con contesti diversi. L’esperienza nell’Associazione teologica italiana, ad esempio, mi ha insegnato a modulare il linguaggio su interlocutori differenti e a dialogare con colleghi provenienti da altre tradizioni rispetto alla scuola teologica di Milano. Decisivo è stato anche l’incontro con il cardinale Carlo Maria Martini: la sua capacità di dire cose complesse con parole semplici resta per me un modello raro».
Altri esempi di teologi che hanno saputo parlare al loro tempo?
«Karl Barth, polemizzando con certe mode heideggeriane, osservava che un po’ di dialetto di Canaan e un po’ di positivismo della rivelazione fanno bene alla teologia. Don Bruno Maggioni, dal canto suo, diceva: “Prima di scrivere devo es-sere sicuro di aver capito io. Chi parla difficile, spesso, non ha capito davvero”».
E gli studenti, come vivono questa tensione?
«Con fatica, com’è naturale. Studiare teologia richiede un apprendistato linguistico e concettuale. Non tutto può risultare subito semplice. Ma è compito del docente accompagnare questo processo, senza rinunciare alla precisione né indulgere in oscurità inutili».
Il linguaggio teologico dovrebbe allora diventare più “popolare”?
«Preferisco parlare di teologia “contestuale”. Un articolo scientifico, una lezione universitaria, una conferenza divulgativa o un intervento pastorale richiedono registri diversi. Non si tratta di una gerarchia di valore, ma di adeguatezza comunicativa. L’unità della teologia non sta nell’uniformità del linguaggio, bensì nella coerenza dell’atto teologico».
Non c’è il rischio che per farsi comprendere si cada nella banalizzazione?
«La banalizzazione non nasce dal desiderio di farsi capire, ma dalla perdita del nucleo essenziale. Nella sua prima Critica così recitava Kant: “I pensieri senza contenuto sono vuoti; le intuizioni senza concetti sono cieche”. Anche se va detto che nella seconda metà dell’espressione Kant errava: l’esperienza della fede non è cieca, ma ricca, creativa, piena di simboli e racconti, per questo ha bisogno del pensiero per essere compresa e comunicata. Tuttavia resta sempre inesauribile e perciò il pensiero deve sempre attingere alla fede».
In conclusione che “forma” deve avere la teologia?
«Una teologia senza esperienza ecclesiale e storica è vuota; una fede senza elaborazione concettuale è cieca. Non a caso, Dei Verbum ha insistito sulla forma storica e narrativa della rivelazione e, insieme, sulla responsabilità dell’intelligenza credente nel comprenderla e interpretarla. Il concetto teologico non crea la rivelazione, ma ne custodisce l’intelligibilità; rende la fede in Gesù Cristo comunicabile, critica e condivisibile nella Chiesa».



