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28 Marzo 2026Siena come specchio. Quello che una città piccola ci dice sui giovani che non sappiamo più vedere
Scrivo questo da dentro. Sono un amministratore, conosco gli apparati di cui parlo, so come funzionano. E forse è proprio per questo che sento il bisogno di dirlo: chi sta dentro vede meglio dove il sistema produce ordine visibile invece di affrontare i problemi reali. La stanchezza e il bisogno di verità, in certi momenti, vengono dalla stessa fonte.
Il problema dei giovani è prima di tutto un problema degli adulti. Non dei singoli — dei padri distratti, delle madri assenti — ma degli adulti come presenza strutturale nella società. Nella famiglia, nella scuola, nella politica, nelle istituzioni, gli adulti hanno smesso di fare la cosa più difficile: stare nel conflitto. Reggere le domande scomode. Non sparire davanti alla complessità.
Al loro posto hanno costruito sistemi di gestione. Apparati che amministrano, certificano, sorvegliano, comunicano. Che producono ordine visibile e rassicurazione reciproca. Gli adulti si rassicurano tra loro — e così facendo lasciano i ragazzi soli.
Siena è una città piccola, storica, culturalmente densa. Per questo è più leggibile di molte altre realtà italiane, probabilmente non troppo diverse. La città è governata da un insieme di apparati — il Comune, le strutture sanitarie, quelle scolastiche, culturali, dell’ordine pubblico — che nel tempo hanno sviluppato una vocazione comune: amministrare l’esistente, preservare la superficie, evitare l’imprevisto. Il risultato è una città ordinata e immobile. Le energie istituzionali si consumano nel controllo, non nella trasformazione.
Intorno, e dentro, la periferia urbana funziona secondo logiche diverse. Qui vivono nuclei di famiglie immigrate — nordafricane, dell’Africa subsahariana, dell’Europa dell’est — che hanno costruito comunità coese con codici propri e reti interne solide. Non va inteso in senso criminale: sono nuclei familiari allargati in cui ci si riconosce, ci si protegge, ci si dà lavoro. Funzionano. Il problema è che gli adulti al loro interno, alle prese con la fatica quotidiana della sopravvivenza e dell’integrazione, raramente hanno gli strumenti culturali per accompagnare i figli oltre quel confine. Le seconde generazioni crescono dentro un’appartenenza forte ma chiusa, senza ponti verso il fuori. La città non li intercetta. Li monitora.
E ogni tanto c’è un blitz. Telecamere, titoloni, arresti. Il messaggio è sempre lo stesso: sappiamo chi sono, dove stanno, come si muovono. Abbiamo tutto sotto controllo. È esattamente la risposta degli adulti che abbiamo descritto: produrre certezza visibile invece di affrontare il problema reale. La narrazione del controllo non serve ai ragazzi. Serve a noi. Agli apparati che si confermano efficienti, alla superficie che resta ordinata, al disagio che rimane intatto sotto.
I ragazzi questa solitudine la sentono. E rispondono in modo coerente con quello che hanno imparato: se gli adulti si chiudono nei loro apparati, loro si chiudono nei loro nuclei. Il gruppo, il clan, la crew — spazi dove non si chiede di essere complessi, dove ci si riconosce senza doversi spiegare. Proteggono, ma non aprono. Adulti e ragazzi si specchiano senza vedersi.
La risposta politica è la stessa logica applicata alla sfera pubblica: il modello del referendum. Io, giovane, di fronte a un fatto, scelgo. Sì o no. Nessuna mediazione, nessun partito, nessuna delega. Non è astensionismo — è una forma di presenza che rifiuta l’intermediazione perché l’intermediazione li ha già delusi. È comprensibile. È anche un limite: la democrazia reale vive nel conflitto elaborato, nel compromesso faticoso. Ma per arrivarci bisogna sentirsi parte di qualcosa. E loro non si sentono parte di niente: sinistra attenzione!
Quando arriva l’urto con il fuori — la scuola, la legge, l’altro — non ci sono strumenti per mediarlo. Non c’è escalation, c’è esplosione. Le coltellate, gli abusi, gli sballi non sono eventi eccezionali. Sono abitudini. Routine del vuoto.
La scuola è l’ultimo anello di questa catena. Ha finito per assorbire tutto ciò che non funziona altrove: le certificazioni per bisogni educativi speciali si moltiplicano, il sostegno viene chiamato a fare assistenza sociale, chi si è specializzato per lavorare con la fragilità si ritrova a gestire un carico che non è il suo. Le funzioni si confondono perché anche dentro la scuola gli adulti vengono sottratti alla possibilità di fare bene quello per cui si sono formati. Il riconoscimento professionale sparisce. E quando tutto si confonde, anche i ragazzi smettono di distinguere: uno vale l’altro. Il sistema che dovrebbe riconoscerli non riesce a farsi riconoscere.
Non servono altri progetti, altre task force, altre campagne che scambiano il consenso giovanile con l’ascolto. Serve restituire agli adulti la possibilità di fare il loro mestiere. L’insegnante che insegna. L’educatore che educa. Il politico che governa invece di gestire la narrazione del governo. Il genitore che sta nella difficoltà invece di delegarla al sistema.
Questi ragazzi non sono un problema di ordine pubblico. Sono persone in formazione che chiedono, con tutti i loro no, di essere viste da qualcuno capace di stare nel conflitto senza sparire. Fino a quando gli adulti non torneranno a farlo, il vuoto resterà. E il vuoto, si sa, non rimane mai vuoto a lungo.





