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9 Gennaio 2026
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9 Gennaio 2026Nell’intervista ad Anna Ferretti c’è almeno un elemento che va riconosciuto, senza enfasi ma con correttezza: rompe un silenzio. Dire che la città è ferma significa ammettere che qualcosa non funziona più e, nel clima attuale, non era affatto scontato. È un passaggio necessario, anche se arrivato tardi.
Ma fermarsi a questa constatazione non basta. Perché Siena non è semplicemente immobile: è disallineata. Le sue parti vitali esistono, sono ancora robuste, ma non producono una direzione comune. Non c’è un asse, non c’è una regia, non c’è una visione che tenga insieme i pezzi. Ed è proprio questo che nell’intervista resta fuori campo.
Colpiscono, soprattutto, due assenze decisive: università e sanità. Non come eccellenze da evocare per dovere, ma come sistemi reali che determinano il destino della città. Senza affrontare questi due nodi strutturali, ogni discorso su lavoro, giovani, commercio e welfare resta inevitabilmente incompleto, se non fragile.
L’università c’è, ma la domanda vera è che tipo di città genera. Se non produce filiere economiche, se non trattiene studenti e ricercatori, se non crea lavoro qualificato e residenzialità stabile, rischia di restare un’enclave. Una presenza importante, ma urbanamente debole. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: affitti fuori controllo, centro storico che perde abitanti, giovani che dopo la laurea se ne vanno non per vocazione cosmopolita, ma per assenza di prospettive concrete.
Lo stesso vale per la sanità. Siena è una città ospedale, ma questo non equivale automaticamente a una città che cura. Il grande polo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese è una risorsa straordinaria, ma senza una rete territoriale forte, senza servizi di prossimità, senza una strategia sull’invecchiamento e sulla non autosufficienza, rischia di diventare un’eccellenza isolata. Anche qui il tema non è solo sanitario: è sociale ed economico. La sanità è uno dei principali motori occupazionali e di indotto della città, ma senza una governance cittadina resta un potenziale inespresso.
Il Biotecnopolo, citato come occasione che procede “a goccioline”, è il simbolo perfetto di questo disallineamento: un grande progetto senza una città intorno, senza una visione che lo leghi stabilmente a università, sanità, imprese, formazione e lavoro locale. Senza questa connessione, anche le idee più ambiziose rischiano di ridursi a gusci vuoti.
Dire che “la città è ferma” è dunque un inizio, non un punto di arrivo. La politica serve quando va oltre la constatazione e prova a ricucire ciò che si è separato, a rimettere in asse ciò che ha perso orientamento. Siena non ha bisogno solo di denunciare lo stallo: ha bisogno di trasformare le sue forze migliori in un futuro condiviso.
Sul futuro, però, la proposta che emerge dall’intervista resta debole. Si intuisce che lo spazio e il formato non consentano un ragionamento più articolato, ma il limite rimane: senza una visione esplicita e riconoscibile, anche la diagnosi più corretta rischia di restare sospesa. E Siena, oggi, non può più permetterselo.
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