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NUOVO CINEMA MANCUSO
Le meraviglie di Orfeo
Nel 1969 Dino Buzzati pubblicò il suo “Poema a fumetti”. In Italia non si parlava ancora di graphic novel, i fumetti non godevano di buona stampa. Né il genere era già esploso all’estero, dove i fumetti sono stati apprezzati molto prima di quando i critici italiani ne hanno riconosciuto l’esistenza (non tutti, molti ancora resistono). Dino Buzzati viaggiava solo al comando. Virgilio Villoresi che ha adattato “Poema a fumetti” per il cinema, con il titolo “Orfeo”, è un altro giovanotto piuttosto originale, nato a Fiesole nel 1980.
Nella biografia, tra i maestri, compaiono nomi come Jonas Mekas e Kenneth Anger, Maya Deren e Jean Cocteau, Man Ray e Luis Bunuel. “Orfeo” ha richiesto tre anni di lavoro, a vederlo non li dimostra: le scene sono fluide, le animazioni e i disegni pure, gli attori sono perfettamente inseriti in scenografie fantastiche. Meglio: li dimostra benissimo, se invece di abbandonarci alla meraviglia (reazione più che doverosa) riflettiamo sulle difficoltà. Per esempio, c’è una giacca che si muove senza nessuno dentro. Ci sono scenografie da sogno, nel senso della bellezza e dell’origine onirica. Ci sono atmosfere molto curate, ma con mezzi artigianali – e son più affascinanti di certi sfondi disegnati e animati che vediamo in certi film a enorme budget come “Avatar”.
Non è un giudizio di valore. Neanche vuol dire che le scene fabbricate da una schiera di disegnatori debbano essere per forza da condannare, a favore degli effetti speciali casalinghi. Vuol dire invece che l’inventiva e creatività, quando davvero ci sono, anche con mezzi limitati e con il solo lavoro artigianale risplendono.
Nel film Orfeo è un giovane pianista solitario, che suona in un locale milanese chiamato Polypus. Una sera incontra lo sguardo di Eura, bella fanciulla che dopo baci, abbracci, gite amorose in montagna e altre ore felici insieme, scompare. Orfeo è disperato. Ma una sera crede di aver visto Eura che entra in un edificio da una porticina. Non può entrare, la strada è sbarrata.
Ma Orfeo fa un patto con il diavolo, qui chiamato “l’uomo in verde”.
Finalmente il giovanotto può entrare, là dove Eura è stata inghiottita.
Scale, tante scale, stanze tappezzate di rosso, ragni giganteschi, strane figure che lo sfidano. Tutto è concreto, materico, definito, niente nebbioline o flou che al cinema introducono i sogni. Piuttosto, sovrimpressioni e “found footage”, vale a dire scarti di pellicola ricuperati e già impressionati. La cinepresa, dicono le note per la stampa, era una Bolex da 16 millimetri. Eura balla il cha cha cha, dice che la civetta è il suo animale guida. Gli scheletri vanno in carrozza. I “Lucenti” hanno per testa una lampada. Lo spettatore è felice, per aver passato un’ora e un quarto tra tante meraviglie.
DIE MY LOVE
di Lynne Ramsay, con Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Sissy Spacek, Nick Nolte
Grande
è il disordine sotto il cielo della distribuzione. “Die My Love” viene lanciato sulla piattaforma MUBI – streaming per cinefili – con la frase “Subito al cinema”. MUBI ha comprato i diritti di distribuzione del film per l’Italia e gli Stati Uniti pagandoli la bellezza di 24 milioni di dollari. Facendo uscire il film in sala spera di rientrare almeno un po’ nelle spese, magari vincere qualche premio. Nel caso invece di “Mastermind”, diretto da Kelly Reichardt, MUBI era tra i finanziatori del film su un assurdo furto d’arte. “Subito al cinema” qui va inteso come puro richiamo pubblicitario: gli abbonati a MUBI non vedranno solo antichi titoli d’essai. “Die My Love” antico non è, rimane però molto d’essai. Lo spettatore paga il biglietto a proprio rischio e pericolo. Dev’essere pronto – se proprio non a tutto – a un’esperienza forte (e un po’ sconclusionata). Tema: una depressione post parto, piuttosto grave. Jennifer Lawrence e Robert Pattinson vivono in una casetta tra i boschi del Montana: lei nel film si chiama Grace, ha appena partorito e comincia a perdere il contatto con la realtà. Lui si chiama Jackson e non sa bene come comportarsi. La madre di Grace, che vive poco lontano, ha appena perso il marito – l’attrice è Sissy Spacek, dai tempi di Robert Altman la pelle trasparente e l’aria fragile la fanno somigliare a una creatura di un altro mondo. “Sesso violenza, bestemmie; il bimbo sopravvive, il cane muore”, riassume il New York Times.
BREVE STORIA D’AMORE
di Ludovica Rampoldi, con Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Valeria Golino
Una
partita a scacchi e poi un incontro di boxe. Tra gli stessi avversari. La partita finisce con uno scacco matto oppure con un KO – ci saranno altre regole, ma la curiosità nostra non arriva a tanto. Possiamo aggiungere che è nata in un fumetto di Enki Bilal, e dopo un paio di performance è diventata uno sport competitivo. Serve a Ludovica Rampoldi, premiata sceneggiatrice e ora regista, per far incontrare Adriano Giannini (con i segni in faccia dei pugni incassati) con Pilar Fogliati, che quando ha le paturnie punta un dito sulla mappa cittadina e lì va a bere qualche drink. Entrambi sono in coppia, lui con la psicoanalista Valeria Golino, lei con un giovanotto dai capelli lunghi che fa l’artista e asseconda la di lei vocazione da scrittrice. Comprimari: un termitaio e un pesce rosso che subito boccheggia e bisogna sostituirlo “per il bene dalla bambina”, ancora non le hanno spiegato la morte. Due uomini e due donne, di età diverse e diverso atteggiamento verso la vita. In un vuoto pneumatico, attorno a loro vediamo una barista, un portiere d’albergo e poco altro. Colpevole chi svela la trama – già quasi tutti lo hanno fatto, proprio non resistono. O forse non riescono a tirar fuori un’idea. O almeno a parlare d’altro. La sceneggiatura è scritta con mestiere e bravura, purtroppo intorno ai personaggi non c’è nulla. Sono figurine, o pezzi degli scacchi. Manca un po’ di vita, di carne, e anche di rabbia, qui espressa educatamente come ogni altra emozione.
ZOOTROPOLIS 2
di Byron Howard e Jared Bush, voci italiane di Ilaria Latini, Alessandro Quarta, Max Angioni
Nel
primo “Zootropolis” – per gli spettatori italiani ha perso in traduzione l’utopia che stava nel titolo originale “Zootopia” eravamo rimasti alla strana coppia di poliziotti formata da Judy e Nick. Un coniglietto e una volpe, in un mondo immaginario abitato solo da mammiferi. In divisa, i due vogliono fare di Zootropolis un posto migliore. Ma ora nel paradiso spunta un serpente: Gary De’ Snake, lungo lungo e un po’ disordinato, cambia pelle e lascia in giro quella vecchia. I serpenti non sono ammessi a Zootropolis, fin dalla fondazione. Neanche se come questo hanno i dentini velenosi ma per non far male a nessuno girano sempre con l’antidoto. Le maldicenze son dure a morire: niente serpenti, le loro case sono state bruciate, nessuno deve turbare l’armonia. Ci sono già un po’ di cattivi in circolazione, che chiedono il pizzo e sono doppiati in italiano con un bell’accento terrone. Judy e Nick hanno combinato una gran pasticcio, attribuito a un conflitto tra le loro personalità. Quindi vengono mandati dalla terapeuta: una quokka, vale a dire una cangurina grande come un gatto. Non serve a nulla, si ritrovano insieme al gala cittadino, in missione segreta. L’animazione è strepitosa, ambienti naturali e cittadini molto realistici, e personaggi sono disegnati con originalità. Esploriamo le zone fuori città, oltre la barriera “climatica” che separa Zootropolis dal resto del mondo, paludi e montagne innevate. Fantasia e intelligenza da vincere tutti i premi.
LO SCHIAFFO
di Frédéric Hambalek, con Julia Jentsch, Felix Kramer, Laeni Geiseler, Moritz von Treuenfels
L’idea
– dice il regista – è venuta da un baby monitor. Insomma, uno di quegli aggeggi che consentono di monitorare il sonno dei neonati. Un occhio elettronico sulla culla, e i genitori stanno tranquilli. Ha deciso quindi di rovesciare la situazione: cosa potrebbe succedere se fossero i figli a spiare i genitori? Tutto il giorno, con audio e video? Scoprirebbero per esempio che la mamma e un suo collega d’ufficio si dicono sconcezze. E che il padre in ufficio non è proprio il dittatore – o trascinatore di colleghi – che dice di essere: sbaglia e glielo fanno notare. Qualsiasi ipotesi di somiglianza con il romanzo australiano di Christos Tsiolkas intitolato “Lo schiaffo” (Neri Pozza) e con la serie “The Slap” che ne è stata tratta nel 2011 va ricacciata subito indietro. Non hanno niente in comune oltre al titolo. Là c’era uno schiaffo dato a un ragazzino pestifero, e la censura sociale che ne segue (era in corso una festa). Qui c’è una ragazzina che vede e sente tutto quel che fanno i genitori, Julia e Tobias, pensieri compresi. Un bel guaio, ditelo anche a chi sostiene che lo slogan “intercettateci tutti” avrebbe il potere di rendere il mondo più bello e felice. Tutti hanno qualcosa da nascondere, sempre. Per esempio, non vi diremo i nomi dei critici entusiasti di questo film che a noi è sembrato piuttosto noioso, i superpoteri spiegati con la telepatia. Scritto e diretto da Frédéric Hambalek, recitato da attori tedeschi di scarso fascino.





