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NUOVO CINEMA MANCUSO
Il 2026 in prospettiva Lang
E il 2026 come sarà? Jesse Hassenger sul Guardian lo chiede ai film che lo hanno raccontato in anticipo. Titoli vecchi come “Metropolis”: uscito nel 1927, manca un anno al centenario. Oppure più recenti come “Il pianeta delle scimmie” nuovo ciclo iniziato nel 2022 (con lo scimpanzé Cesare che guida i suoi simili contro gli umani sul ponte di San Francisco).
L’impresa è sicuramente più affidabile dei discorsi che sentiamo in giro, piuttosto tendenti all’apocalisse – ma è noto che ascoltiamo più volentieri i profeti di sventura che gli annunciatori di mondi fatati simili alle pubblicità dei sofficini, o degli sgorga-water. Anche le magnifiche sorti e progressive annunciate da James Cameron nei film ambientati su Pandora sono nell’ultimo film minacciate – da una femmina guerriera seminuda e truccata di rosso con canini piuttosto sviluppati, se volete aggiornare la lista dei cattivi.
“Metropolis” di Fritz Lang è il primo teste da esaminare, oltre che il più conosciuto. Il regista tedesco, poi emigrato negli Usa, immagina una città del futuro con i ricchi che abitano nei grattacieli e i poveri che stentano la vita nei sotterranei e provvedono ai bisogni della città. Freder, il figlio degli sporchi capitalisti che governano Metropolis, ha visitato i bassifondi (egli ha a cuore la sorte dei poveracci) e si è incapricciato della bella Maria. Un’attivista, diremmo oggi, che vorrebbe vedere riunite la città ricca e quella miserabile, quindi racconta agli operai la storia della Torre di Babele. Sarà sostituita da un robot con le sue fattezze, che invece vuole la distruzione della città.
C’è anche la Marvel, nell’elenco. La premiata ditta distrugge il mondo spesso e volentieri, i Supereroi non si muovono mai con grazie e eleganza. Riducono il mondo in macerie per salvarlo, e quando sono due – quando per esempio Superman lotta con Batman, della ditta rivale DC Comics, per il predominio – a non sopravvivere è la città. Seguono battute sui “grandi danni”, altro che le grandi responsabilità di Spider-Man.
Per portarci avanti, abbiamo anche noi un titolo vincente per il 2026, categoria “peggior adattamento di grande classico”. Uscirà alla vigilia di San Valentino, la vittima è “Cime tempestose” di Emily Brontë, con Jacob Elordi (sempre un bel vedere) e Margot Robbie. Lei ha sette anni più di lui, ma nel trailer è così matronale che sembra siano almeno venti. Heathcliff ragazzino, il trovatello portato da Londra che cresce insieme a Catherine, all’inizio pare Robinson dopo qualche anno di permanenza sull’isola deserta. Barba lunga e capelli sporchi, nella brughiera pare uno scimmiotto. La regista è Emerald Fennell, lanciata da “Una donna promettente” e “Saltburn”. Entrambi piuttosto riusciti.
LO SCONOSCIUTO DEL GRANDE ARCO
di Stéphane Demoustier, con Claes Bang, Michel Fau, Sisde Babette Knudsen
Vince
il concorso di architettura – c’è da costruire a Parigi un grande arco che faccia da contraltare all’Arco di Trionfo – un certo Johan Otto von Spreckelsen, architetto danese. Anche sulla qualifica d’architetto ci sarebbe da ridire, avendo il giovanotto costruito fino a quel momento solo casa sua, due chiese cattoliche e due chiese protestanti. Ma in Francia un concorso pubblico è un concorso pubblico, gli viene quindi conferito l’incarico di costruire il Grande Arco nel quartiere della Défense. Poco importa se lo sconosciuto professionista gira sempre con i sandali ai piedi, naturalmente con le calze, e lo stesso completo grigio (avevamo visto l’attore in “The Square”, altro film sugli architetti e le loro bizzarrie). Legge il nome Xavier Dolan, regista prodigio (mandò il suo film d’esordio a Cannes quando aveva 20 anni, titolo “J’ai tué ma mère”): qui ha la parte del funzionario che davanti al notaio apre la busta, legge il nome, e poi aiuta a perfezionare il progetto e a portarlo a termine. Il presidente François Mitterrand vuole il perfetto marmo di Carrara che rifletta la luce del tramonto colorandosi di rosa. I più pratici ingegneri opterebbero per un bel granito, anche più resistente alle piogge. Restare fedeli alla propria idea, o farsi sedurre dal potere? La Défense è un luogo pubblico, ma subito i privati si fanno avanti per sostenere una parte delle spese, e leggere il proprio nome nell’albo d’onore.
NO OTHER CHOICE – NON C’E’ ALTRA SCELTA
di Park Chan-wook, con Son Ye-Jin, Lee Byung-Hun, Park Hee-Soon, Lee Sung-Min
Abrutal
story for brutal times”, scrive Manohla Dargis sul New York Times. E specifica: “Umore corrosivo, servito con la consueta eleganza dal regista Park Chan wook”. Se volete partire da qui per un dibattito sulla disoccupazione, cercate altrove. “No Other Choice” lavora sul ritmo e l’originalità dello svolgimento, non va scambiato per un trattatello sulla società che emargina. Ritroviamo Lee Byung-Hun già visto in “Squid Game”, altra piccola storia orribile sulla miseria, e il sadismo di chi fa gareggiare i miserabili per un montepremi che svolterebbe la vita a chiunque. In realtà, all’unico vincitore, dopo un’eliminazione diretta e cruenta. Park Chan-wook è coreano, questo film lo ha girato in Giappone per via dei finanziamenti. Era già successo con il magnifico “Mademoiselle”, tratto da un romanzo di Sarah Waters intitolato “Ladra”: Miss Waters scrive oggi romanzi vittoriani, ma con le lesbiche. All’origine, una storia di Donald Westlake uscita nel 1997 e intitolata “The Ax”. Dopo 25 anni di onorato servizio alla Solar Paper, Man-su viene licenziato dalla cartiera. Ha una moglie e una bella casa, assieme ai figli deve tirare la cinghia, lei riprende a lavorare nello studio di un dentista. I suoceri si prendono cura del cane. I mobili sono in magazzino. Non hanno più soldi per pagare Netflix. Ora deve far qualcosa, il nostro davvero è arrabbiato: eliminerà chi si presenta per sostituirlo.
HOUSEMAID
di Paul Feig, con Amanda Seyfried, Sydney Sweeney, Brandon Sklenar, Michele Morrone, Elizabeth Perkins
Se
dormi in una macchina, trovare un lavoro che ti procuri un alloggio è una gran fortuna. E quindi la spiantata Millie – l’attrice Sydney Sweeney che smosse il cuore di Donald Trump con un annuncio pubblicitario dove parlava dei suoi jeans, che però si pronuncia come “genes”, e il presidente ha un debole per le ragazze bianche belle e giovani – va al colloquio vestendosi come meglio può, con un paio di occhiali per sembrare più adulta e più seria. Piace subito alla padrona di casa Amanda Seyfried, che le ricorda: “Dovrai vivere qui con noi”. Lei non aspetta altro, e neanche si domanda come mai la romantica stanzetta sottotetto si possa chiudere a chiave solo dall’esterno. L’idillio non viene turbato neppure dall’arrivo della figlioletta (che di governanti ha l’aria di averne viste passare tante) e dal molto sexy consorte, che però prende le parti dell’impiegata alla prima scena isterica della padrona di casa. Aveva preparato e scritto a mano un discorso, i fogli sono spariti, lei accusa la serva, urlando. Il giardiniere che quasi non parla inglese mette in guardia la nuova arrivata – ci prova, perlomeno: l’euforia per la bella casa toglie a Millie il residuo di scaltrezza che la vita ai margini le ha dato. La bambina sembra distratta, ma qualcosa ha intuito. Brandon Sklenar è bello e seduttivo, ma da qui in poi è vietato rivelare altro. Per rispetto del regista che si è dato da fare per noi, evitando i colpi di scena prevedibili.
LA PICCOLA AMÉLIE
di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jim Kuang, voci originali di Loise Charpentier, Victoria Grobois
La
piccola Amélie”. In Italia i film d’animazione sono sempre considerati per bambini, e per qualche adulto coatto che li accompagna. Ma anche il fan club dei lettori che non si perdono un libro di Amélie Nothomb. La scrittrice belga con il padre ambasciatore ha trascorso l’infanzia prima in Giappone (dove frequentava le scuole locali, mentre i fratelli andavano alla scuola americana) e poi in Cina. Arrivò in Europa quando aveva 17 anni, dal 1992 pubblica un libro l’anno, d’agosto. Il titolo originale del film era “Amélie e la metafisica dei tubi” – come “La metafisica di tubi”, romanzo di Nothomb uscito nel 2000. Racconta i primi tre anni di vita della bambina Amélie: occhi verdi, rotondetta, è convinta di essere padrona del suo mondo. E’ appena sfuggita alla sua condizione di tubo – spiega – grazie a un quadretto di cioccolato bianco che molto apprezza e fa uscire dall’inerzia pre-verbale (l’aveva detto Nothomb che era metafisica, il film d’animazione non insiste troppo). Pensa di essere Dio, di avere tutto il suo tempo – e tutto il suo mondo – a disposizione. Sono sequenze coloratissime, tra le ninfee e le case della tradizione, i giardini e il cielo stellato, le frequenti piogge. Con Amélie, troviamo una madre, una nonna, una sorella maggiore e l’amatissima tata. Quando scopre l’esistenza di “un mese dei ragazzi” – ma il mese delle ragazze non esiste – il paradiso comincia a mostrare la prima crepa.





