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8 Febbraio 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Quanti milioni per un Oscar
Già finita l’epoca di piccoli film che vincono tanti Oscar? Mette la pulce nell’orecchio il Guardian con un articolo di Benjamin Lee uscito giovedì scorso. Il punto di vista è parecchio categoriale – la categoria di chi deve trovare un titolo, o individuare una tendenza. L’anno scorso c’erano piccoli film con molte possibilità – da “Anora” a “Emilia Pérez”, caduto in disgrazia quasi subito – faccende di trans.
Oggi a guidare la corsa verso l’Oscar sono film ad alto budget: “Sinners” di Ryan Coogler; “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, e “Frankenstein” di Benicio Del Toro. 120 milioni di dollari per l’infelice creatura senza nome di Mary Shelley, mentre il film con DiCaprio ha risucchiato 140 milioni di dollari dalle tasche dei produttori, e 90 milioni di dollari sono serviti per “Sinners” – che gioia quando gli spettatori dell’ultimo momento restano delusi dal finale, vuol dire che non siete stati attenti (in effetti, al cinema di rado è necessario).
Sapremo tutto il prossimo 15 marzo. Con felice scelta, il giornalista del Guardian pone fine alle polemiche sui rispettivi prediletti – questi sono i dibattiti, anche se li mascheriamo da storia del cinema fatta in diretta. E cerca di trovare un filo conduttore, non proprio per la disfatta ma per qualcosa che ci va vicino. Non c’è Julia Roberts, e neppure George Clooney – l’esclusione più clamorosa, ma basta guardare su Netflix la modestia del film “Jay Kelly” per darsi pace. Non c’è Emily Blunt, consorte del campione di wrestling Dwayne Johnson, pure lui candidabile; neppure Adam Sandler, che noi sempre amiamo sopra ogni cosa.
Via dal felice recinto dei candidati all’Oscar – per ora, le smorfie degli altri arriveranno mentre, inquadrati, assisteranno alla vittoria dei colleghi – anche “After The Hunt” di Luca Guadagnino. Via anche il ben riuscito – ma sempre di biopic si tratta – “Deliver Me From Nowhere”, con Jeremy Allen White della serie “The Bear”. Saltiamo “Christy”, anche se recita la cocca di Donald Trump Sydney Sweeney (la ragione l’avete vista nella serie “Euphoria” – dove era Cassie – e nel film “The Housemaid”; ha già lanciato la sua linea di lingerie, per pubblicità voleva appendere i completini alla scritta “Hollywood”).
Poi nelle anticipazioni ci sarebbe “Jay Kelly”, film che purtroppo abbiamo visto alla Mostra di Venezia e per un po’ ci ha fatto dubitare della bravura – finora indiscussa – di Noah Baumbach, spiedo di Greta Gerwig. Vuoi vedere che era più a suo agio con i piccoli budget, e gli attori che stanno nella pubblicità del caffé espresso Lavazza? Oppure George Clooney tiene così tanto alla sua immagine di attore defilato e alternativo, che negli Stati Uniti gli spot sono circolati poco? Non sarebbe la prima volta.
LA MATTINA SCRIVO
di Valérie Donzelli, con Virginie Ledoyen, Bastien Bouillon, Marie Rivière
Due
ritrattini di scrittori, questa settimana, da cui sarebbe meglio stare alla larga. Ci sono in giro tanti giovani virgulti – leggi: aspiranti scrittori – che aspettano soltanto di essere confortati nelle loro “idées reçues”, lo sciocchezzaio alla Bouvard e Pécuchet. Questo “La mattina scrivo” è il primo. Il secondo, qui a fianco, è la fantasia femminista su Shakespeare, come l’ha immaginata nel suo romanzo Maggie O’ Farrell, ora un film diretto da Chloé Zhao. Restiamo sul francese Franck Courtès, adattato per il cinema da una regista che aveva dimostrato distacco e auto-ironia raccontando la grave malattia del figlio piccolo (“La guerra è dichiarata”, 2011) e da allora non è riuscita a fare il bis. Il romanziere, tradotto da Playground, non aiuta. A pagina 11 racconta il lavoro dello scrittore, e spiega che “per prima cosa occorre nutrire il silenzio”, poi passano 3 o 4 ore, e la mattina è trascorsa. Con questi ritmi, il lavoro di fotografo che faceva guadagnare al nostro eroe di che vivere diventa impossibile. Si trasferisce in una casetta della madre (dai 140 metri quadrati che occupava a Belleville). La vocazione è vocazione: “Se dovessi naufragare in un’isola deserta, probabilmente scolpirei le noci di cocco invece di mangiarle”. Questa nel film non c’era, troppo ridicola. Il nostro, incapace a tutto, si mette nel ramo lavoretti malpagati, a disposizione di chi lo chiama. Comprereste un libro scritto da un simile incapace?
HAMNET
di Chloé Zhao, con Paul Mescal, Jessie Buckley, Jacobi Jupe, Olivia Lynes, Emily Watson
Siamo
all’altro colpevole di Alto tradimento di William Shakespeare e del suo “Amleto”, che in tempi remoti si sarebbe anche potuto intitolare “Hamnet”, i due nomi erano intercambiabili (non erano molto precisi con le ortografie, tra cinque e seicento). Ignoriamo l’eventuale tradimento della romanziera Maggie O’ Farrell, già colpevole “di farsi bella con le piume rubate a altri” (era l’accusa che i nemici muovevano a Shakespeare, in effetti capace di ridare nuova vita a storie vecchie – non è che non esistessero innamorati “nati sotto una cattiva stella”, prima del suo Romeo e Giulietta”). Aggravante, certe frasi che paiono perfette per il “bad sex award” che il figlio di Evelyn Waugh assegnava ogni anno. Non bastasse, siccome la fanciulla avanza nella sue passeggiate con un gheppio, ovverosia un falchetto, è tutto un chiedersi, non potendo dire uccello: “Dov’è il volatile?” La maghetta, femmina e quindi a conoscenza dei segreti, pozioni ed erbe magiche, si chiama Anne – l’attrice è Jessie Buckley candidata a tutti i premi. Il moroso, che vorrebbe solo scrivere in pace e per questo dà lezioni di latino ai mocciosi del circondario, si chiama William ed è naturalmente il giovane Shakespeare, più attratto da Londra e dal teatro che dalla vita famigliare. La maga dei boschi non capisce perché. Avrà la rivelazione al Globe Theater, quando William – che era anche attore – recita i versi maturati nel dolore.
LAVOREREMO DA GRANDI
di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese
L’uomo
d’acqua dolce torna con i suoi sodali (abbandonata la natìa Lecco e dintorni ora siamo sul Lago d’Orta). Il titolo li colloca subito come vitelloni di paese. Giuseppe Battiston è Beppe, idraulico che risponde alle clienti anche di notte (l’alternativa è una madre che lo assilla). Antonio Albanese è Umberto, sedicente compositore di musica dodecafonica: costringe gli amici all’ascolto di musiche lacustri (“ecco l’onda, senti l’onda che ritorna?”). Suo figlio Toni è già stato ospite di parecchie carceri, quando lo incontriamo è appena tornato in libertà. Gigi – di tutti il personaggio che più ricorda il mai dimenticato Epifanio con il suo cappottino spigato – non sa darsi pace: la zia su cui aveva riposto le sue speranze di eredità gli ha preferito la chiesa. Al nipote ha lasciato parrucche e cosmetici. Tutto in una notte, tra l’osteria, la villotta in riva al lago, una macchina danneggiata dopo un urto con qualcosa. Attorno al “qualcosa” – cinghiale o ciclista sono le ipotesi estreme, si svolge la nottata. Allietata da una prostituta tenera ma professionale. Gigi scendendo dalla barca manca il molo, per via di altre disavventure è quasi sempre incosciente. E’ l’Antonio Albanese migliore, per scrittura e personaggi, dopo le maledizioni di Alex Drastico. Spiace solo per il languore lacustre della regia. Quanto a Zalone, citiamo: “Merita un busto al Quirinale. Sostiene le sale, gli esercenti festeggiano”.
L’INFILTRATA
di Arantxa Echevarria, con Carolina Queste, Luis Tosar, Diego Anido, Nausicaa Bonnin
Nessuno
saprà del tuo sacrificio”.
Lo ricorda Luis Tosar – le più spesse e belle sopracciglia del cinema spagnolo, recuperate “Cell 211” se a parole non siete convinti – a una ragazza infiltrata nell’Eta ormai da sette anni. Ancora dorme con il gatto, ma prima di salire in macchina fa una serie di controlli, metti mai che ci sia una bomba: controlla che le maniglie non siano collegate a esplosivi, guarda sotto la scocca con lo specchietto del trucco. Ancora però non sono incarichi seri. Luis Tosar – il suo capo – le dà appuntamento nei corridoi di un ospedale: “C’è sempre gente diversa e nessuno bada a te”. Perché ci aiuti? Le chiede un militante in fuga, a cui ha dato alloggio. Lei non sa bene cosa rispondere. E’ a disposizione, in clandestinità da sette anni, e non le hanno ancora affidato una missione. Fanno amicizia, scopano, e il microfono sempre acceso impazzisce. I giorni trascorrono, finché l’Eta annuncia la tregua, a lei tocca andare a prendere un militante. Siamo al confine con la Francia, il giovanotto naturalmente non vuole prendere ordini da una donna. Per esempio, lei non vuole passare la dogana con un passeggero armato in macchina. Agli occhi dei militanti, il riottoso è un eroe: “Con lui vinceremo la guerra”. Il gatto finisce nella spazzatura – senza conseguenze. “Askatasuna”, sigla dei poco raccomandabili signorini che mettono a ferro e a fuoco le città, è la A di Eta; sta per “libertà” in lingua basca.





