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NUOVO CINEMA MANCUSO
Giocattoli con le emozioni
Nel 1995 – quando uscì il primo “Toy Story” – la quota di mercato dei film d’animazione negli Stati Uniti e in Canada era pari al 2.8 per cento. Nel 2024 lo stesso dato, riportato dall’Economist, è arrivato al 23.9 per cento. Campione assoluto “Inside Out 2”: il film ha incassato la cifra record di 1 miliardo e 700 milioni di dollari nel mondo. Il più redditizio film d’animazione di tutti i tempi. Per un po’.
Lo ha superato il film cinese “Ne Zha 2”, con due personaggi mitici generati dalla stessa energia primordiale: le radici culturali sono salde, gli incassi da record mondiale. Sarà presto superato a sua volta da “Zootopia 2”, uscito lo scorso novembre e già arrivato a 1 miliardo e 900 milioni. “Jumpers” – ora nelle sale, vedi articolo a fianco – è l’avanguardia di un esercito che quest’estate porterà sugli schermi il nuovo “Cattivissimo me” (che ha generato anche lo spin off con i Minions), il nuovo film della “Paw Patrol” (cani di ricerca & soccorso guidati dal ragazzino Ryder), il nuovo “Super Mario Galaxy Movie”, e “Toy Story 5” – da cui tutto era cominciato, 30 anni fa.
L’Economist indaga sulle le ragioni degli eccezionali risultati. Per prima cosa, i film di animazione toccano temi universali: la perdita di una persona amata, oppure diventare grandi – evitando rigorosamente la politica. Applicano le 22 regole dello storytelling messe a punto da Emma Coats quando nel 2011 lavorava alla Pixar, settore storyboard. Puntano sui personaggi e le emozioni: “Ammiriamo i personaggi per i loro sforzi, più che per il risultato raggiunto”.
Sono le regole al centro dei grandi successi Pixar, da “Toy Story” a “Alla ricerca di Nemo”, a “Inside Out”. Così sintetizzate in una formula che – a cose fatte e a successi ottenuti – circola su internet: “E se i giocattoli avessero emozioni? E se i pesci avessero emozioni? E se le emozioni avessero emozioni?”. All’origine, ancora più difficile, c’erano una lampada grande e una lampada piccola. John Lasseter capì di essere stato davvero bravo quando gli chiesero: “Ma la lampada grande è il papà o la mamma della lampada piccola?”
Inoltre, l’animazione ha ormai una distribuzione globale. Mirata ai bambini, non ha contenuti che attirano l’attenzione dei censori. Le storie di successo partono da premesse semplici, e non tipiche di una cultura. I personaggi hanno volti stilizzati ed espressivi, anche se sono un ratto nella cucina di “Ratatouille”, o il robot Wall-E. Va sottolineato però che i gloriosi esempi appartengono alla storia della Pixar prima che Disney la comprasse.
Rischiano di funzionare meno bene i riferimenti all’attualità. “Jumpers”, per esempio, ha un vistoso messaggio ecologico. Applaudito dai genitori alternativi, rischia di annoiare i piccini.
LA MATTINA SCRIVO
di Valérie Donzelli, con Virginie Ledoyen, Bastien Bouillon, Marie Rivière
Gli
scrittori se la stanno passando male, al cinema. Prima “Hamnet”, il film di Chloé Zhao tratto dal romanzo di Maggie Farrell.
In sintesi: la morte di un figlio spinge William Shakespeare a scrivere “Amleto”. Poi c’è la povera Mary Shelley, già strapazzata in vita dal marito poeta e dalla banda di scrittori con cui passava le vacanze sulle montagne svizzere. Invece di celebrarne il talento – ha inventato Frankenstein e sua Creatura, che altro volete? – Maggie Gyllenhaal la scopiazza in “La sposa!”. Del francese Franck Courtès, classe 1964, si occupa Valérie Donzelli, regista che aveva dimostrato distacco e auto-ironia raccontando la grave malattia del figlio piccolo (“La guerra è dichiarata”). “La mattina scrivo” (esce da Playground) a pagina 11 racconta il mestieraccio. Spiega che “per prima cosa occorre nutrire il silenzio”, poi passano 3 o 4 ore, e la mattina è trascorsa. Con questi ritmi, il lavoro di fotografo che faceva guadagnare al nostro eroe di che vivere bene diventa impossibile. Si trasferisce in una casetta di proprietà della madre (dai 140 metri quadrati che occupava a Belleville). La vocazione è vocazione: “Se dovessi naufragare in un isola deserta, probabilmente scolpirei le noci di cocco invece di mangiarle”. Questa nel film non c’era, erano risate garantite. Il nostro, incapace a tutto, si mette nel ramo lavoretti malpagati, a disposizione di chi lo chiama. Comprereste un libro scritto da un simile incapace?
JUMPERS – UN SALTO TRA GLI ANIMALI
di Daniel Chong, voci originali di Piper Curda, John Hamm, Meryl Streep
Mettiamo
le voci originali, per protesta contro la Disney e certi doppiaggi canterini. Registriamo un esempio di traduzione dall’inglese all’inglese che resterà negli annali, il titolo originale “Hoppers” (come in “grasshopper”, cavalletta) è diventato “Jumpers” – il dizionario alterna tra uno scamiciato e uno che salta. La Pixar-Disney non è più la Pixar di una volta, speriamo si riprendano con “Toy Story 5”: a distruggere l’armonia sarà un tablet. Dopo il musicista jazz di “Soul”, reincarnato in un gatto, “Jumpers” insiste con gli animali parlanti. Non sono più le animucce fifone che sbagliano bersaglio, faticosamente convinte a lanciarsi (alla cieca) verso un corpo. Qui abbiamo una nuova tecnologia per comunicare con gli animali, fabbricata in un laboratorio scolastico. Un po’ inquietante, ma andiamo al dunque. La studentessa universitaria Mabel è in lotta con il sindaco per via di un pilastro piazzato nel suo luogo del cuore: lo stagno dei castori dove andava con l’amata nonna per ascoltare i rumori della natura. Anche la vecchietta, va detto, non somiglia per nulla alla deliziosa coppia di “Up” (Pixar anno 2009 prima di Disney). Il sindaco vuole disturbare i castori& parentado con un’autostrada che risparmierebbe 4 minuti di viaggio per i cittadini. Un cattivo da barzelletta, a misura di bambini (i film Pixar che parlavano anche ai grandi son finiti). Ma i castori, e il loro re, hanno Mabel come grande alleata.
NOUVELLE VAGUE
di Richard Linklater, con Zoey Deutch, Aubry Dullin, Guillaume Marbeck
Noi
non c’eravamo. E neppure Richard Linklater, quando Jean-Luc Godard si struggeva per dirigere il suo primo film. C’erano già riusciti i compagni d’avventura, come François Truffaut con “I quattrocento colpi” nel 1959. “À bout de souffle”, considerato il manifesto della Nouvelle Vague, arriva nel 1960. In attesa di fare il funerale al “cinéma de papa”, Godard teorizza, sfinisce i colleghi a colpi di citazioni, detta regole – l’attore Guillaume Marbeck, sempre con gli occhiali scuri, ha la giusta antipatia del regista – poi peggiorata dal successo. C’è una giovane attrice identica a Jean Seberg: capelli cortissimi, maglietta, pantaloni a sigaretta, (vende per strada copie dell’Herald Tribune, quanto tempo è passato). L’americana a Parigi prima si spaventa – il piano di lavorazione esisteva solo nella testa di Godard, i dialoghi venivano scritti la mattina al caffè, sempre che il regista non avesse invece voglia di giocare a flipper, per la disperazione del produttore – e poi si diverte. “Fino all’ultimo respiro” basterà a Jean-Luc Godard per camparci una vita da genio compreso, i fedeli dimenticano anche il debutto “alimentare”: un cortometraggio sulla diga della Grande Dixance – titolo “Opération Beton”, finanziato dai costruttori. A Parigi, è il meraviglioso mondo del cinema fatto per strada, rubando il carretto dei giornali per nascondere la cinepresa. Mentre Roberto Rossellini ammucchia tramezzini dal buffet.
LA SPOSA!
di Maggie Gyllenhaal, con Jessie Buckley, Christian Bale, Annette Bening, Penelope Cruz
Badate
alla punteggiatura. E’ la nuova moda, introdotte dalle ragazze registe. Emerald Fennell nel suo ““Cime tempestose”” pretende quadruple virgolette per il suo sogno erotico di quattordicenne. Maggie Gyllenhaal in “La sposa!” vuole un punto esclamativo per non confondere questo suo molto pasticciato film con il classico “Bride of Frankenstein” di James Whale, 1935. Sono rimasti solo i ricci sulla testa di Jessie Buckley, che isterizza ogni scena con le sue parole a raffica, neanche avesse la sindrome di Tourette – collegate tra loro, però: come se avesse ingoiato un dizionario. Che il meraviglioso romanzo di Mary Shelley avesse bisogno di una lettura femminista, invece dell’amorosa fedeltà mostrata nel suo “Frankenstein” da Guillermo del Toro, è tutto da dimostrare. Questo film di Maggie Gyllenhaal vale come prova. C’è solo la voglia di sfruttare la Creatura (Christian Bale è volenteroso, finché la sceneggiatura ne fa uno zimbello). E di riciclare vecchio cinema: la Creatura balla il tip tap, già si era visto in “Frankenstein jr” del quasi centenario Mel Brooks, riscrittura intelligente e non ideologica. La Sposa aiuta la creatura a scappare dal laboratorio – anche lei è un cadavere risuscitato, ma non lo sa e il suo innamorato tarda a dirle la verità. Siamo a Chicago, anni 30 – fumo, musica jazz, champagne, gangster. Jessie Buckley è anche Mary Shelley, che minaccia dalla tomba: “La storia non era mica finita”.





