
L’America che forza i confini: il ritorno dell’imperialismo come metodo
7 Gennaio 2026
LA SPARTIZIONE SILENZIOSA
7 Gennaio 2026L’ex premier francese de Villepin
di Stefano Montefiori
PARIGI Poco lontano dall’Eliseo e dal summit dei Volonterosi, Dominique de Villepin accoglie il Corriere nella sede appena aperta della Francia umanista, il nuovo partito che ha fondato per partecipare alla sfida dell’anno prossimo per la presidenza della Repubblica. Gollista immune da tentazioni lepeniste, 72 anni, è già stato premier e ministro degli Esteri, autore del celebre discorso all’Onu con il quale la Francia si oppose agli Stati Uniti e annunciò che non avrebbe partecipato alla rovinosa invasione dell’Iraq. «E dal 2003 non ho cambiato idea, se c’è un politico coerente in politica internazionale quello sono io: possiamo, dobbiamo tenere testa agli Stati Uniti quando è il caso, e questo è di nuovo il momento».
L’azione spettacolare di Trump in Venezuela è un messaggio all’Europa, dalla Groenlandia all’Ucraina?
«Certamente, e la nostra risposta deve essere all’altezza. Tranne il premier spagnolo Sánchez, molti leader europei hanno tardato a segnalare la violazione del diritto internazionale. Anche Macron, che poi si è corretto, all’inizio ha salutato la fine del dittatore Maduro, ma non è quello il punto. Gli europei pensano di doversi concentrare sull’essenziale, ovvero la difesa dell’Ucraina, e sono pronti a qualsiasi concessione pur di non disperdersi, pur di non combattere battaglie che considerano già perse. Si sbagliano totalmente. Non dare battaglia sulle tariffe, sul digitale, sul Venezuela, significa perdere credibilità sull’Ucraina. Una credibilità già indebolita dai due pesi e due misure usati per Kiev da una parte e per Gaza dall’altra».
La coalizione dei Volenterosi sull’Ucraina vede comunque assieme europei e americani.
«Sì, ma nello stesso tempo gli americani dichiarano di volere impossessarsi della Groenlandia, i cui cittadini sono danesi e quindi europei. Niente ci impedirà di continuare a lavorare con gli Stati Uniti per sviluppare l’intelligence sull’Ucraina o per la difesa antiaerea, non si tratta di fare la guerra all’America, non siamo stupidi. Ma le linee geopolitiche e ideologiche sono ormai tracciate, e noi dovremo attivare tutti i mezzi di deterrenza per difenderci dalle mire americane».
Siamo a una svolta esistenziale per l’Europa?
«Ne sono totalmente convinto. Se gli europei si dividono sull’atteggiamento da tenere di fronte agli Usa, l’Ue è morta. Avremmo dovuto reagire già prima, adesso è tardi ma possiamo comunque avere un soprassalto di dignità. Basta con le umiliazioni, con Ursula von der Leyen che si fa ricevere nel club di golf di Trump in Scozia o Rutte che dice a Trump di considerarlo il daddy di tutti gli europei. La linea americana è esplicita: gli Stati nazione europei vanno indeboliti, aggirati, esautorati, per permettere all’America e alle compagnie hi-tech americane di esercitare il loro dominio. Finché non faremo capire a Trump che possiamo opporci, le sue pretese non faranno che aumentare».
Ma è realistico pensare di tenere testa alla superpotenza americana?
«Io lo credo, dobbiamo smetterla di pensare che Trump sia un rullo compressore inarrestabile, anche perché va messo alla prova della realtà e la realtà spesso sa essere testarda. Quando la Cina ha reagito agli aumenti tariffari voluti da Trump, il presidente americano ha fatto marcia indietro. Non possiamo cavarcela pensando che il Venezuela o la Colombia o il Messico, sono Paesi lontani. Dietro la violazione del diritto internazionale, dall’America Latina alla Groenlandia, c’è un attacco alla democrazia, alla nostra democrazia».
Concretamente, che cosa può fare l’Europa, che ha comunque bisogno degli Stati Uniti in Ucraina?
«Ho fiducia nei popoli europei, ed è qui che entra in gioco la responsabilità di ogni cittadino. Alcuni Paesi, l’Ungheria, la Slovacchia, la Repubblica ceca, sottoposti a una deriva illiberale incoraggiata dagli Stati Uniti, non saranno forse dispiaciuti per il fatto che la sovranità europea sia messa in causa. Ma per i nostri Paesi, la Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, è una rottura storica, un cambiamento inaccettabile del destino europeo. Quindi ci vuole un nuovo patto di sovranità europea, una specie di Consiglio di sicurezza europeo, magari non a 27, ma formato dai Paesi fondamentali che non vogliono ridursi a vassalli degli Stati Uniti. Trump non è l’imperatore del mondo, non ha mezzi infiniti, non è in grado di metterci in riga, non abbiamo ragione di sottometterci».
Non è un problema di leadership? Di fronte a uomini forti come Trump, Putin o Xi Jinping, chi parla per l’Europa?
«È vero, ma la natura ha orrore del vuoto e nella storia abbiamo già visto una nuova leadership emergere nelle situazioni di crisi. Mi piace ricordare il generale De Gaulle, che non ha mai creduto alla protezione della Nato. E ha sempre detto che la nostra difesa avrebbe dovuto esercitarsi contro chiunque fosse suscettibile di minacciarci».
L’anno prossimo ci saranno le elezioni presidenziali. La Francia diventa il Paese-chiave?
«Siamo il primo Paese sulla lista delle forze illiberali. Se nel 2027 la Francia cadrà nelle mani dell’estrema destra, tutta l’Europa cadrà. Per questo la lotta qui è così importante».





