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La manifestazione di Torino in difesa di Askatasuna ha mostrato, ancora una volta, tutte le fratture che attraversano oggi lo spazio pubblico italiano. Non solo quelle tra governo e movimenti antagonisti, ma anche quelle che tagliano la città, la sinistra, l’idea stessa di manifestazione come strumento politico.
Per i promotori e per una parte dei partecipanti, il corteo era un atto legittimo: difendere un luogo considerato presidio sociale e culturale, denunciare quella che viene percepita come una stretta repressiva sul dissenso, rivendicare il diritto a stare in piazza contro le politiche del governo. In questa cornice si collocano manifestanti come Claudio Francavilla, sessant’anni, una lunga storia di partecipazione politica, che rivendica la propria presenza come pacifica e consapevole.
Dall’altra parte, istituzioni, categorie economiche e una larga fetta dell’opinione pubblica torinese hanno letto il corteo come l’ennesima conferma di uno schema ormai noto: una mobilitazione annunciata come politica che si trasforma rapidamente in guerriglia urbana, con devastazioni, vetrine sfondate, arredi distrutti. In questa lettura, Askatasuna non è un centro sociale sotto attacco, ma un simbolo di illegalità strutturale; e chi scende in piazza per difenderlo accetta implicitamente il rischio — se non la logica — dello scontro.
In mezzo restano i fatti. Ore di violenza reale, non simbolica. Cariche della polizia, feriti, una città bloccata. E immagini — come quella di Francavilla a terra, sanguinante — che diventano icone mediatiche e condensano tutta l’ambiguità di queste piazze: vittime che non sono estranee, ma nemmeno combattenti; partecipanti che non cercavano lo scontro e lo subiscono comunque.
È qui che la questione diventa più scomoda. Perché questa manifestazione dice qualcosa di vero a tutti, e qualcosa di falso a tutti. Dice ai movimenti che non si può continuare a fingere che la violenza sia sempre “di altri”, un incidente collaterale inevitabile. Quando una piazza è strutturalmente ad alta conflittualità, chi la convoca ne è politicamente responsabile. Ma dice anche alle istituzioni che ridurre tutto a ordine pubblico e criminalizzazione non funziona: produce solo radicalizzazione, chiusura, nuovi cortocircuiti.
La conclusione è amara ma necessaria. Così com’è, questa forma di manifestazione non convince, non allarga, non costruisce consenso. Rafforza identità chiuse, finisce per favorire il governo che vorrebbe contestare e lascia sul campo feriti, materiali e simbolici. Allo stesso tempo, una risposta esclusivamente repressiva non risolve nulla: congela il conflitto e lo rende cronico.
Torino non è stata “stuprata”, ma neppure liberata. È stata, ancora una volta, il teatro di un conflitto irrisolto, in cui la politica ha smesso di interrogarsi su come stare in piazza senza distruggerla — e su come governare il dissenso senza spegnerlo.





