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Il Medio Oriente si trova in una fase di instabilità profonda, dove crisi militari, logoramento politico e ridefinizioni strategiche si intrecciano senza produrre un nuovo equilibrio. Il rischio di un conflitto regionale resta sullo sfondo, ma assume oggi forme più ambigue rispetto al passato. Non si tratta solo di capire se la guerra esploderà, bensì se gli attori tradizionali del confronto abbiano ancora la capacità – o la volontà – di sostenerla.
In questo quadro, il ruolo di Hezbollah appare più cauto di quanto la sua retorica farebbe pensare. La leadership sciita libanese è consapevole che un coinvolgimento diretto in una guerra aperta contro Israele comporterebbe costi enormi, in un Libano già stremato dal collasso economico e istituzionale. L’ipotesi che Hezbollah resti ai margini di un’escalation non nasce da una conversione pacifista, ma da un calcolo freddo: preservare la propria funzione di deterrenza senza bruciare il capitale politico e militare accumulato negli anni.
Dietro questa prudenza si intravede la crisi più ampia del sistema regionale costruito dall’Iran dopo il 1979. La rivoluzione islamica, intesa non solo come evento storico ma come progetto politico-esportatore, mostra segni evidenti di esaurimento. All’interno, il regime affronta una società stanca, frammentata, sempre meno mobilitabile. Le proteste si riducono, non perché il consenso sia tornato, ma perché la repressione e la disillusione hanno svuotato lo spazio pubblico. All’esterno, Teheran fatica a trasformare l’influenza militare in leadership politica duratura.
È in questo vuoto che si inserisce una nuova fase della politica americana. Donald Trump, tornato protagonista della scena internazionale, propone un approccio che mescola personalizzazione estrema e unilateralismo selettivo. La creazione di organismi ad hoc per la gestione della crisi di Gaza, affidati a figure politiche e imprenditoriali a lui vicine, segnala una diplomazia ridotta a strumento di pressione più che di mediazione. L’Iran diventa così un banco di prova: non tanto per un cambio di regime, quanto per testare la capacità statunitense di imporre un nuovo assetto senza impegnarsi in una guerra totale.
Questa strategia si accompagna a una dottrina implicita di “disaccoppiamento”: contenere i conflitti, isolare i nodi più pericolosi, evitare che le crisi si saldino in un fronte unico. È un imperialismo a bassa intensità, che rinuncia alla stabilizzazione di lungo periodo per privilegiare interventi mirati e reversibili. Ma proprio questa frammentazione aumenta l’imprevedibilità del sistema.
Intanto, la regione è attraversata anche da segnali simbolici e materiali di fragilità. Le recenti scosse sismiche tra il Libano e il Mar Morto ricordano quanto l’area sia esposta non solo a faglie politiche ma anche geologiche, aggiungendo un ulteriore livello di vulnerabilità a società già sotto pressione. La Siria, ancora lacerata dal conflitto, tenta timide aperture sul fronte delle minoranze, mentre Gaza viene affidata a figure tecnocratiche chiamate a gestire una ricostruzione che rischia di restare priva di un orizzonte politico.
In questo scenario, Israele oscilla tra l’obiettivo di indebolire definitivamente l’Iran e il timore che il crollo del regime apra una fase ancora più caotica. Nessuna delle opzioni appare realmente sotto controllo. La fine di un ciclo storico non coincide automaticamente con l’inizio di uno nuovo: spesso produce solo un lungo interregno, fatto di conflitti congelati, violenze intermittenti e poteri in declino che continuano a muoversi per inerzia.
Il rischio di guerra regionale, dunque, non è scomparso. Si è trasformato. Meno lineare, meno ideologico, più frammentato. Ed è proprio questa forma opaca del conflitto a renderlo oggi più difficile da prevenire e da governare.

